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Altro che Monti, votiamo don Sturzo…

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Giovedì, 03 Gennaio 2013

Non so a voi, ma a me pare che certi temi non passino mai. Che la loro eco pervada i decenni forse perché la società non necessariamente evolve, spesso involve, quando non si cristallizza. Ecco perché quando vengono riproposti da voci credibili sembriamo scoprirli come fosse la prima volta. È il classico che non tramonta, in quanto elemento della parte più profonda e sana della nostra umanità. È quanto mi fanno pensare i 13 milioni di italiani che, davanti alla Tv, si sono appassionati a sentire declamare da Roberto Benigni i principi fondanti della nostra Carta Costituzionale. Ed è quanto mi è venuto in mente quando, per caso, mi è ricapitato tra le mani un classico del pensiero politico degli inizi del ventesimo secolo. Era il 1919, quindi rispettivamente tra la fine e la vigilia delle due guerre mondiali che hanno insanguinato l’Europa, e un signore, un prete, scriveva un celeberrimo appello. Si chiamava don Sturzo.

Roberto Benigni © Ufficio Stampa Rai

Roberto Benigni

«A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà»; «i partiti politici di ogni Paese debbono contribuire a rafforzare quelle tendenze e quei principi che varranno ad (…) attuare gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali, del lavoro, a sviluppare le energie spirituali e materiali di tutti i Paesi uniti nel vincolo solenne della Società delle nazioni». E ancora: «A uno Stato accentratore (…) vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i Comuni – che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell’Istituto Parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale (…): vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo (…) l’autonomia comunale, la riforma degli Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali».
Vi rendete conto di quanto ancora ci rimanga da fare per attuare addirittura le fondamenta del nostro Stato? Ci troviamo oggi alla vigilia di elezioni che – in un momento economicamente drammatico per le famiglie e le imprese, oltre che per le casse governative – si stanno giocando sul filo del tatticismo, della sopravvivenza dei vecchi boiardi e delle rendite di posizione, e nessuno – dico nessuno – che abbia il coraggio di prendere le distanze da questo gioco al massacro. Possibile che non ci si renda conto che non basta più essere pro o anti Berlusconi, pro o anti Monti per far uscire il Paese dal pantano? Ebbene, pretendiamo, esigiamo di poter dibattere una volta per tutte sulla semplificazione della legislazione, sulla riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari, sul (reale) decentramento regionale, sui modi per incoraggiare l’iniziativa privata delle persone e in ambito occupazionale. Gli stessi punti di cui parlava don Sturzo ben 93 anni fa… Possibile che non provino un po’ di vergogna, un minimo imbarazzo quei politici che siedono in Parlamento da 20-30 anni e che a quegli ideali di buon senso e buona politica non si sono neanche lontanamente avvicinati?
Ma non tutta la responsabilità è loro: anche a noi elettori attende tra poche settimane un compito alto e definitivo, presentarci alle urne – chiosava don Sturzo – come «uomini moralmente liberi e socialmente evoluti», non accontentandoci di essere mai più nulla di meno.

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