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Operazioni baciate, il tribunale dice no

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Martedì, 10 Settembre 2019

Le “operazioni baciate” sono nulle. Il tribunale di Venezia lo scorso 30 luglio si è pronunciato su un contenzioso promosso da un ex azionista della Popolare di Vicenza, assistito dall’avvocato Mario Azzarita dello Studio Legale SAT di Padova, su un acquisto di azioni della banca vicentina effettuato grazie a un prestito fornito dallo stesso istituto di credito; nel caso in questione si trattava di un collocamento di azioni proprie della banca, con finanziamento collegato per circa 1,4 milioni di euro.

Dopo circa tre anni di processo e un’accurata istruttoria è stata messa la parola fine a un caso che è destinato a far scuola nella delicata vicenda delle banche venete, che ha coinvolto migliaia di risparmiatori, anche se in Italia l’ordinamento giuridico non è strutturato su un modello di “common law”, come in America, dove le sentenze hanno natura vincolante per quanto riguarda i futuri casi a venire. I giudici della sezione specializzata in materia societaria del tribunale veneziano si sono pronunciati ritenendo tali operazioni contrarie al divieto espresso di finanziare gli acquisti di azioni di società per azioni (contenuto nel Codice Civile, art. 2358).

Il tribunale ha chiarito, insomma, che tale divieto si estende anche alle società cooperative, quale era la Popolare di Vicenza all’epoca dei fatti, e in particolare alle banche popolari. Al suddetto azionista è andata bene: ora è libero dall’obbligo di restituire le somme utilizzate per comprare azioni. E parliamo di oltre un milione di euro. Ad altri potrebbe andare diversamente: non è un caso isolato, quello su cui si è pronunciato il tribunale veneziano. Come emerso dalle ispezioni di Bankitalia e dai non pochi articoli di cronaca comparsi negli scorsi anni, queste tipologie di finanziamento sono state ampiamente utilizzate dalle banche venete (e dai quattro istituti dell’Italia centrale falliti nel 2015), spesso concordandole e talvolta imponendole ai piccoli ma soprattutto ai clienti più grandi, come gli imprenditori. Grazie a questo sistema, la banca riusciva a rispettare i requisiti patrimoniali richiesti, perché il cliente acquistava azioni dell’istituto con i soldi prestati dalla stessa banca. Il cliente, da parte sua, riceveva un credito “agevolato” che utilizzava in parte per i suoi bisogni e in parte per sostenere “volontariamente” la banca. Non si accorgeva, però, che stava comprando titoli di banche non quotate, con pochissima trasparenza sul prezzo, rivelatisi poi carta straccia. Era un po’ come firmare un patto col diavolo, in cui il debitore accettava di diventare (suo malgrado) azionista dell’istituto, con tutti i rischi che comporta questo ruolo nel caso di azzeramento del valore delle azioni: il baratto col demonio ha sempre un alto prezzo.

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LA RIVISTA
Anno XIV n 9 settembre 2019
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