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Italiani presentisti

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Giovedì, 06 Settembre 2018
Investimenti © Istock/Geber86

Noi italiani tiriamo avanti, viviamo alla giornata. È vero, inutile nascondersi dietro un dito. E vale anche per i nostri risparmi: non vogliamo pensare al nostro futuro. Non è un luogo comune, badate bene, lo dicono le statistiche. Se proviamo a leggere due o tre recenti indagini sul comportamento dei risparmiatori italiani (analisi spesso lunghe e noiose, in cui abbondano i tecnicismi), la conclusione cui si arriva è quasi sempre la stessa. Una delle ultime, effettuata dall’istituto Demia su un campione di 1.500 italiani con almeno 10 mila euro da investire, è uscita nelle scorse settimane. Arriva al seguente risultato: per il 20% dei risparmiatori di tutte le fasce di età il futuro ha un orizzonte di soli due anni, mentre per il 60% arriva al massimo a cinque. Più in là c’è solo una fitta nebbia: inutile, quindi, arrovellare troppo le meningi, se non si sa dove andare e che cosa fare con i propri soldi.

Ma è vero che c’è nebbia o è una scusa per non assumerci oggi la responsabilità del nostro domani a livello finanziario? Il pregiudizio, che ci porta a rinviare più in là le decisioni chiave sui nostri risparmi e investimenti (oggi no, ci penserò domani), è detto “presentismo”: è una delle “malattie” – o bias, come dicono gli esperti di finanza comportamentale – che affligge gli italiani in quanto popolo di risparmiatori, per i quali il futuro appunto è vissuto come dimensione indistinta e non sempre inquadrata in un chiaro piano progettuale di lungo periodo.

Questo spiegherebbe la preferenza data alla liquidità: da sempre elevata, nel 2017 ha riguardato più di due italiani su tre. I correntisti, infatti, rappresentano l’84% del popolo dei risparmiatori, scrivevano Acri e Ipsos nel loro ultimo rapporto sul risparmio. E il mattone? Dal Dopoguerra in poi ha rappresentato l’unico investimento di lungo periodo degli italiani, anche perché la pensione (in alcuni casi ricca) la garantiva lo Stato: coi risparmi invece si comprava casa, quella dove si andava ad abitare fino alla vecchiaia. I più fortunati, che già ce l’avevano, ne acquistavano altre (a seconda delle disponibilità) per i figli, per le vacanze o per aumentare il proprio reddito con gli affitti. Una storia arcinota. Bene, pure l’investimento in immobili sembra aver perso appeal lungo la Penisola: nel 2017 solo il 31% ha indicato la casa come investimento ideale, una percentuale importante, ma lontanissima da quella vista nel 2006, quando viaggiava al 70%. Insomma, l’ideale oggi, più di ieri, è tenere i soldi nel conto. O sotto il materasso.

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LA RIVISTA
Anno XIII n 9 settembre 2018
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