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Investire il proprio denaro: servono umiltà e fiducia

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Lunedì, 09 Luglio 2018
Photo by rawpixel on Unsplash

Una volta di risparmio si parlava in banca. E a difesa dei nostri risparmi c’erano solo le associazioni dei consumatori. Oggi parlano dei “nostri soldi” anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e papa Francesco. Incredibile, ma vero. Dopo il no del capo dello Stato a Paolo Savona come ministro dell’Economia, Mattarella ha dichiarato: «È mio dovere, nello svolgere il compito di nomina dei ministri che mi affida la Costituzione, essere attento alla tutela dei risparmi degli italiani». Il capo dello Stato è poi tornato sul tema in un incontro con la Confcommercio: «Serve una forte responsabilità comune per consolidare la fiducia di famiglia, imprese, risparmiatori e investitori, condizione necessaria per la stabilità, la tutela dei risparmi e il proseguimento di una fase favorevole». Quest’ultima dichiarazione è stata ripresa da Mario Nava, il neopresidente della Consob, nel suo primo discorso ai mercati. Nava ha aggiunto due massime: «Il mercato non è un’entità astratta, ma il mercato siamo noi». E ancora: «La tutela pubblica del risparmio non può significare l’azzeramento del rischio di investimento». Detto altrimenti: l’investimento sicuro non esiste e ogni italiano dovrebbe saperlo. Gli individui, dice Nava, devono essere «consapevoli delle loro attitudini e conoscenze, in modo da poter compiere scelte finanziarie adeguate: in autonomia, se a ragion veduta sanno di sapere; o con supporto professionale, se sanno di non sapere». 

Il suo è un appello a entrare nell’età “adulta” e ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Del resto, l’alfabetizzazione finanziaria degli italiani, come risaputo, è piuttosto scarsa: il 40%, dice Consob, non sa valutare le proprie conoscenze finanziarie. Lato domanda, insomma, c’è ancora molto da fare. Non che l’offerta stia messa meglio. Per capirlo, vi invitiamo a leggere un altro documento. Non dell’Authority, ma firmato dal Santo Padre (Oeconomicae et pecuniariae quaestiones ) perché, meglio che in altri, indica quelle pratiche che, pur non essendo illecite, vanno ad alterare la relazione cliente-banca. Eccole: «Un’eccessiva movimentazione del portafoglio dei titoli allo scopo prevalente di accrescere i ricavi derivanti dalle commissioni; un venir meno della debita terzietà nell’offerta di strumenti di risparmio, in regime di comparaggio con alcune banche, quando prodotti di altri meglio si attaglierebbero alle esigenze del cliente; la mancanza di un’adeguata diligenza, o addirittura una negligenza dolosa, da parte dei consulenti; la concessione di un finanziamento, da parte di un intermediatore bancario, in via subordinata alla contestuale sottoscrizione di altri prodotti finanziari emessi dal medesimo». Come risparmiatori, insomma, dovremmo avere l’umiltà di affidarci agli esperti, che, per meritare la nostra fiducia, è bene che inizino a seguire i precetti di Francesco.

LA RIVISTA
Anno XIII n 7 luglio 2018
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