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Il gioco vale la candela?

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Mercoledì, 07 Novembre 2018
© iStock/MarsYu

Rischio e rendimento. Sono due concetti che andrebbero scolpiti all’ingresso delle banche: di fronte a un qualsiasi investimento, infatti, dovremmo chiederci quali potrebbero essere i pericoli e quanti i guadagni. Ovvio, poi, che tra le due nozioni esista una relazione di questo tipo: più è grande l’azzardo e più l’investimento rende. È la traduzione finanziaria del vecchio adagio che suonava: «chi non risica non rosica» e cioè «chi non vuole correre rischi, non ottiene nulla». Il rapporto rischio/ rendimento, però, si può rendere anche con un’altra locuzione popolare: «il gioco non vale la candela». La utilizziamo – dice il vocabolario – per esprimere «la nostra riluttanza a compiere un sacrificio che non farà ottenere un utile proporzionato».

Insomma, per capire l’abc della finanza basterebbe risfoderare la vecchia saggezza dei nonni. Eppure di fronte ad azioni, bond, fondi di investimento e quant’altro il cervello degli italiani va spesso in panne. E non senza motivo: se il rendimento è facilmente misurabile (il tasso di interesse di un’obbligazione, ad esempio, o l’incremento o il decremento del valore di un’azione in un determinato periodo di tempo), il rischio non lo è affatto. Dipende, quest’ultimo, da molteplici fattori, per lo più soggettivi, e non di rado si sconfina nell’extra-finanza, persino nella politica. 

Perché parliamo di queste cose? Ottobre, appena trascorso, è stato il “mese dell’educazione finanziaria”, la prima edizione di un’iniziativa internazionale cui ha partecipato il ministero dell’Economia creando un Comitato ad hoc per far crescere l’alfabetizzazione finanziaria degli italiani. Al momento i nostri si piazzano all’ultimo posto tra i Paesi del G7. Ha spiegato il direttore del suddetto Comitato, la professoressa Annamaria Lusardi, che in Italia solo il 37% degli over 15 ha chiari i concetti base di inflazione, tasso di interesse e diversificazione del rischio, mentre in Canada, Germania e Stati Uniti la percentuale veleggia oltre il 60%. Per un caso curioso a ottobre risparmiatori e investitori italiani sono stati sottoposti anche all’ennesima prova di nervi, tra lo spread di nuovo oltre i 300 punti base e Piazza Affari più volte in rosso.

E torniamo alla relazione rischio/rendimento: nel corso del mese gli italiani sono stati invitati a comprare titoli di Stato per calmare appunto lo spread, che misura la differenza tra il rendimento del Btp a dieci anni con il corrispettivo tedesco (Bund), parametro di riferimento dell’Eurozona. Ascoltando il “cuore”, forse correremmo in banca a far man basse di Btp. Ma se ascoltassimo il “portafoglio” sceglieremmo un bond che rende il 3-4% e anche più di uno Stato che ha una brutta fama sui mercati o quello di un altro Paese con il massimo grado di fiducia (in termini di merito creditizio), ma che rende solo lo 0,5%? E il gioco vale la candela?

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Anno XIII n 11 novembre 2018
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