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I nostri risparmi, una mucca da mungere

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Venerdì, 05 Ottobre 2018
© iStock/dolgachov

Il patriottismo può essere un pregiudizio finanziario? Provate a chiederlo agli studiosi di finanza comportamentale, che sono notoriamente dei fan della globalizzazione. Vi risponderebbero che non è molto intelligente mettere le uova in un solo paniere, per poi decantarvi i presunti benefici della diversificazione in azioni e obbligazioni estere: nessun mercato, infatti, è in grado di restituire performance sempre positive.
Fin qui tutto chiaro. Il punto – proseguirebbero – è che tendiamo a investire sui prodotti di casa (home bias) perché pensiamo di conoscerli meglio, ma non è sempre così, basti pensare alle azioni e i bond delle ex popolari venete e delle quattro banche del Centro Italia fallite nel 2015, andate in fumo nel giro di pochi mesi. Tuttavia, il patriottismo (o sovranismo) è tornato di moda, anche se non è un fenomeno degli ultimi mesi e non solo in politica. Negli ultimi tre anni chi siede al governo sa benissimo che l’ultima spiaggia per salvare l’Italia è la nostra ricchezza privata (invidiataci in tutta Europa): i nostri risparmi valgono circa 4.200 miliardi di euro, stando alle ultime cifre di Bankitalia. Tutti assieme, insomma, formano una gigantesca mucca da mungere per sostenere le traballanti casse pubbliche e anche il sistema del “made in Italy”, che fatica ad abbeverarsi dal canale bancario tradizionale.
Tre anni fa sono stati introdotti i Pir, i piani individuali di risparmio, contenitori fiscali per veicolare parte del risparmio verso l’economia reale, in particolare verso le medie e piccole imprese che costituiscono l’ossatura dell’industria italiana. Nel Regno Unito e in Francia strumenti simili sono stati introdotti decine di anni orsono. Il primo anno (2017) i fondi Pir “compliant” sono stati un successo: 11 miliardi di euro di raccolta. Quest’anno l’appeal è diminuito – nei primi sei mesi si sono fermati a 3,3 miliardi – ma le prospettive sono comunque rosee: Intermonte Sim, ad esempio, stima un flusso complessivo di 60 miliardi entro il 2020 verso questi fondi e quindi verso le pmi italiane.
Ma la mucca può essere spremuta ancora: ecco ora i Cir, i conti individuali di risparmio contenuti in una proposta cominciata a circolare sulla stampa durante l’estate. Acronimo simile ai Pir, sono incentivi per chi investe in Bot e Btp, già detassati (12,5%) rispetto ad altri strumenti (26%). L’obiettivo è aumentare gli attuali 122 miliardi di euro investiti dalle famiglie in titoli di Stato italiani e ridurre il peso degli investitori stranieri, che se vendono fanno salire lo spread. Pir e Cir rischiano però di entrare in competizione, anche se nei Palazzi danno per scontato che ci siano soldi per tutti. Ma siamo sicuri che uno Stato che ci tartassa di tasse meriti più soldi delle nostre aziende?

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Anno XIII n 10 ottobre 2018
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