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Ci guadagna il cliente o la banca?

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Martedì, 16 Luglio 2019
© Getty Images

L’imbarazzo della scelta . È l’azzeccato titolo di un capitolo di un bel libro di economia comportamentale scritto sette anni fa da Enrico Trevisan, un bravo consulente aziendale, partner della Simon & Kucher (il titolo del libro è invece Economicamente irrazionale ). Un libro che vale la pena rileggere. E vi spiego qui il perché: il mantra nel mondo del risparmio allora (nel 2012) era quello dell’offerta più ampia possibile con prodotti non solo di casa, ma anche di case terze: erano gli anni dell’architettura aperta e si pensava che, partendo dal presupposto che un investitore al dettaglio fosse in grado di valutare le caratteristiche dei prodotti e dei servizi sul mercato, più erano le opportunità di scelta, maggiore era la possibilità che trovasse l’offerta a lui idonea. 

Trevisan scriveva del consumatore a 360 gradi ed elencava diversi casi di architettura aperta nei più disparati settori: 126 tipi di pasta di semola in una catena della Gdo diffusa nel Nord Italia; 590.146 libri in un noto bookstore “radical chic”; 140 canali compresi nell’offerta di una nota tv satellitare; e, venendo alla finanza, 3.500 fondi comuni disponibili nella piattaforma di una nota banca online controllata, fino a poco tempo fa, dalla più grande banca italiana. «Investire 10 mila euro oggi, nonostante la miriade di prodotti e canali informativi e distributivi ormai disponibile, è diventato più complesso e faticoso rispetto al passato», scriveva Trevisan.

E oggi? L’industria del risparmio negli ultimi sette anni ha fatto marcia indietro. Già, l’eccesso delle opzioni rende difficile il processo di raccolta e selezione delle informazioni che portano a una decisione finale: di fronte a migliaia di prodotti abbiamo bisogno di qualcuno (un consulente o almeno un sito comparatore) che ci permetta di identificare e confrontare quelli più adatti a noi. E così, un po’ per l’entrata in vigore delle nuove norme europee (MiFID II) che impongono maggiore trasparenza su conflitto d’interesse e incentivi nella distribuzione dei prodotti finanziari, un po’ per rendere la vita del cliente più facile, le banche hanno deciso di passare a un modello distributivo ad architettura “guidata”. Siamo arrivati così all’era dei “prodotti contenitore”, il “white label” nel mondo della finanza: fondi di fondi, polizze unit linked  e gestioni patrimoniali a marchio della banca che investono in fondi di case terze. In pratica, scegliendo queste soluzioni, deleghiamo ad altri la selezione dei prodotti. E la domanda sorge spontanea: alla fine dei conti, considerando anche i costi, chi ci guadagna con questo modello distributivo? Il cliente o la banca?

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Anno XIV n 8 agosto 2019
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