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Viviamo per lavorare o viviamo per vivere?

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Lunedì, 11 Novembre 2019

Dobbiamo farcene una ragione, il lavoro è molto, ma non tutto. Nella vita. Il che vale sia per chi un lavoro ce l’ha, sia per chi lo sta cercando. Siamo cresciuti con il mito che il lavoro nobilitasse l’uomo, e siamo finiti con il farne una condanna: a volte perché – malgrado la nostra ricerca – non siamo riusciti a trovare un impiego dignitoso (e ciò viene vissuto inevitabilmente come un grave fallimento esistenziale), oppure perché uno stipendio l’abbiamo ma – quasi sempre – non tale da permettere a noi e alle nostre famiglie di soddisfare tutte le nostre presunte necessità. Anche perché la soglia dei bisogni via via si sposta, tendenzialmente verso l’alto. Da qui la rincorsa perenne a volere sempre di più, a prezzi personali affannosamente crescenti.

Pure il meccanismo competitivo delle aziende le spinge a chiedere sempre di più, e di meglio, ai propri collaboratori. Anche in questo caso l’asticella si alza: stare sul mercato significa sottoporsi allo sguardo vigile di un giudice che ti misura in termini di resa numerica: vendite, fatturato, rendimento, utili… Dati empirici preziosi, perché i parametri servono, ma che vengono calcolati su una base parziale: da una parte i costi materiali, di energie e risorse spese, anche umane, dall’altro i costi immateriali, quelli legati alla sostenibilità ambientale (sempre più, per fortuna, in fase di individuazione) e quelli inerenti il livello di infelicità generata negli uomini e nelle donne che contribuiscono a un determinato processo produttivo.

Sì, avete letto bene, parliamo di infelicità, un termine poco usato nell’economia odierna ma non per questo insignificante o, se volete, senza valore. La felicità non è né un diritto né un dovere, è un optional: ininfluente com’è ormai nelle nostre vite che essa ci sia o meno. Eppure, se ci si pone seriamente la domanda del perché si venga al mondo, sia che si creda o meno in una Realtà Suprema, la risposta in tutto o in parte non può non includere un’alta incidenza della felicità. Nasciamo per essere felici, il che – tramutato in termini aziendali – per lavorare con gioia. E ovviamente ciò non implica l’assenza di problemi e di difficoltà, tutt’altro, ma impone che i posti di lavoro diventino dei luoghi in cui i talenti di ciascuno siano valorizzati, le creatività accolte, dove esprimere ai massimi livelli le proprie capacità professionali diventi per ogni lavoratore non un dovere bensì una missione.

Stiamo descrivendo un modello utopico? Certamente. Soprattutto se continueremo a misurare le performance aziendali e quelle dei lavoratori (così come dei manager e degli imprenditori) solo in termini finanziari. Da duemila anni a questa parte gli strumenti produttivi si sono straordinariamente evoluti, ma i parametri per giudicare il lavoro sono rimasti gli stessi di sempre, immobili e cristallizzati. È come se il tempo non fosse passato. E se fosse (anche) in questo gap la dissonanza che si registra nelle economie mondiali? E se, alla ricerca di questa dimenticata felicità, cominciassimo a elaborare un nuovo modo di intendere l’Economia?

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Anno XIV n 12 dicembre 2019
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