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Vivere per lavorare o lavorare per vivere?

Torna a Discanto
Lunedì, 22 Novembre 2021
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Forse è in errore chi pensa che l’eredità più importante che la pandemia lascerà al mondo del lavoro sia l’ampliamento dello smart working all’interno di imprese e pubblica amministrazione. Perché forse il lascito con cui ci troviamo e ci troveremo a che fare è qualcosa di più complesso e profondo, che andrà a incidere sul concetto di produttività all’interno dei posti di lavoro e, ancora di più, sulla vita stessa. C’è infatti chi ha coniato il termine Great Resignation  per quel fenomeno che dopo il lockdown sta spingendo migliaia di americani (e non solo, visto che si sta replicando anche in Europa) a lasciare il vecchio posto di lavoro, e non perché abbiano trovato qualcosa di meglio, ma semplicemente perché non corrispondente più alle proprie aspettative di qualità di vita.

 In smart working i lavoratori sono riusciti a darsi più tempo, a scandire le giornate in base al proprio ritmo, a staccare quando si era al limite per recuperare (e magari sforare oltre il consentito) anche in orari non canonicamente lavorativi. Tornare stabilmente nei luoghi di lavoro significa invece per molti rientrare in degli schemi prestabiliti e rigidi, in un inquadramento che ormai comincia a stare stretto a molti. A troppi. Basti pensare che, secondo un report di Microsoft, il 40% dei dipendenti a livello internazionale ha intenzione di dimettersi entro l’anno. Come dire? Se le aziende non cambiano, i dipendenti – alla lunga – le costringeranno a farlo. Perché hai voglia di concedere dei benefit, è il rapporto tra aziende e lavoratori che deve cambiare, sempre più in un’ottica di collaborazione, di compartecipazione, anziché di dipendenza e, men che meno, di contrapposizione.

Certo, il disastro economico causato dalla crisi non aiuta a tenere i nervi saldi, ma per le aziende sane subire l’emorragia di competenze potrebbe costituire un elemento se non fatale quando almeno un ostacolo alla ripresa, perché ogni dipendente porta via con sé un know how unico e prezioso. Quel che è certo che la pandemia ha imposto a chiunque una riflessione su cosa si voglia veramente dalla propria vita e, di rimando, dal proprio lavoro. Certamente, negli Usa la Great Resignation  trova linfa dalla maggiore mobilità che contraddistingue da sempre quel mercato del lavoro, ma è anche vero che solo le motivazioni emotive e psicologiche che accompagnano l’assolvimento di una mansione all’intero di un’impresa hanno molto a che fare con il rendimento, con la produttività, al di là e al di sopra della contropartita salariale. In definitiva, non tenere conto che sempre più persone – finalmente e per fortuna – si sono rese conto che si lavora per vivere (una vita piena di soddisfazioni, così come di impegno e responsabilità, anche nel lavoro…), e non si vive per lavorare (in un impiego mal sopportato e full immersion, per quanto più o meno ben pagato), per gli uffici delle risorse umane delle aziende potrebbe costituire presto un grave errore.

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