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Storie italiane

Torna a Discanto
Mercoledì, 10 Ottobre 2018
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Ogni giorno che il buon Dio manda in terra, nel tragitto che percorro a piedi per recarmi in ufficio, incontro una media di tre immigrati che chiedono l’elemosina. Altri due, intenti alla medesima attività, li trovo davanti al supermercato vicino casa, un altro davanti al panettiere o poi al bar, tutti con in mano il berrettino d’ordinanza “raccogli-obolo”. Due o tre dormono sulle panchine del piccolo parco alberato che attraverso. Al rientro dal lavoro cambio strada, altro tragitto stessa umanità: un immigrato “vende” riviste e piccoli libri all’angolo di una piazza, un’anziana ed enorme zingara sta seduta sullo scalino di una copisteria col suo bicchierino di monete in bella vista, altri due simpatici ragazzi africani con in braccio le loro cassettine piene di ninnoli vari fanno avanti e indietro lungo il marciapiede, affollato di tavolini di bar e di vocianti studenti della vicina università.

Lampedusa, trattato di Dublino, nave Diciotti, campi di detenzione in Libia, Siria, rimpatri forzati, centri di accoglienza, sono echi lontani. O, almeno, sembrano tali. Se si esclude il pensiero che ogni tanto attraversa la mente in cui mi chiedo retoricamente «Ma in un Paese normale, tutto ciò sarebbe possibile?», questo storyboard sarebbe la norma. Anzi ormai lo è: è la normalità non solo per me, ma per tutti coloro che si trovano a vivere oggi nelle città italiane. Che ci piaccia o meno, gli immigrati, clandestini e non, fanno ormai parte delle nostre vite. Anche quelli che delinquono e che con le loro malefatte hanno fatto a pezzi la retorica dell’immigrato = persona in difficoltà = buon diavolo. Il che è una contraddizione in termini: quando mai il diavolo è stato buono? 

Ma per fortuna, il mio storyboard include altri frame. La famiglia più gentile del mio condominio è filippina: il figlio di 10 anni è il ragazzino più simpaticamente rompiscatole che conosca. Al supermercato, tra i tanti studenti stranieri e italiani, incontro spesso un gruppo di ragazze col velo, sembrano iraniane o giù di lì, invece no, sono italiane: parlano in italiano e “ragionano” da italiane. I commercianti più apprezzati della zona sono egiziani, rispettivamente un pizzaiolo e un parrucchiere. Il sarto più bravo è cinese. E infine, ma potrei continuare a lungo, c’è soprattutto una scena che mi riempie a volte gli occhi. Al centro del parchetto di cui sopra, si trova un campo di basket. Ebbene, spesso ci sono ragazzi cinesi, sudamericani, africani, filippini e uno o due italiani che giocano tutti insieme. Dovreste sentirli come se la ridono. È un gran bel vedere, mentre si sgambettano sul terreno di gioco o si ostacolano sotto canestro senza che nella mischia si possa distinguere chi venga (lui o i propri genitori) da altrove e perché. Sono italiani, hanno una storia italiana. Ed è questo quello che conta. O no?

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LA RIVISTA
Anno XIII n 10 ottobre 2018
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