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Si riparte anche dalla scuola

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Lunedì, 27 Gennaio 2014

Nell’intervista Da Stato presente a Stato invadente , leggerete che per Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione della Sussidarietà nonché docente di Statistica all’Università Bicocca di Milano, una scuola veramente competitiva sarebbe la testa di ponte per poter parlare di ripresa economica nel nostro Paese. Trattenetevi dal pensare che si tratti del solito cattolico intento a sponsorizzare le scuole della sua parrocchia. Il perché è presto detto, soprattutto se si consultano i risultati della recente indagine Piaac (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) dell’Ocse sulla formazione dei cittadini adulti in 24 Paesi, dai quali si scopre – come ha sottolineato su lavoce.info Michele Pellizzari, docente di Economia a Ginevra che ha partecipato direttamente alla realizzazione dell’indagine – che gli italiani fanno una pessima figura in ambito linguistico e matematico.
Nel primo caso siamo all’ultimo posto, nel secondo penultimi (ma per il rotto della cuffia). La nostra scuola, in breve, forma meno bene di quanto non si faccia all’estero: i laureati tricolori hanno una proprietà linguistica paragonabile a quella dei diplomati in Finlandia, Giappone, Austria e Olanda... Ma i ricercatori fanno altresì rilevare come anche sui posti di lavoro non si faccia adeguata formazione, in quanto ci si concentra sulle nozioni e si sottostima l’istruzione non scolastica, ma più pratica. Il risultato è che «l’Italia è uno dei Paesi con la percentuale più elevata di lavoratori under-skilled (più di noi solo Cipro e Gran Bretagna), ovvero lavoratori che non possiedono le competenze sufficienti per svolgere il proprio lavoro in modo adeguato, e con una percentuale di lavoratori over-skilled, ovvero con competenze più elevate rispetto a quanto necessario per svolgere il proprio lavoro, superiore alla media».

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La formazione è l’alfa e l’omega su cui puntare affinché un Paese come l’Italia possa darsi reali possibilità di ripresa

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In soldoni: formiamo male e selezioniamo peggio… Non è difficile intuire a questo punto come un simile andazzo influenzi la vita delle imprese e dell’economia. Tant’è che Pellizzari è portato a scrivere: «Purtroppo per questo non basta incentivare le imprese ad assumere, non basta nemmeno ridurre il carico fiscale. È necessario piuttosto migliorare il sistema scolastico, dalle scuole primarie alle università, creare le opportunità per investire in settori ad alta innovazione (che guarda caso è stato proprio il tema del precedente Discanto …, nda )». Così il cerchio si chiude intorno a un assunto che sembra semplice, quasi banale, forse perché è un assunto fondamentale: la scuola è l’alfa e l’omega da cui partire e arrivare affinché un Paese possa darsi delle reali possibilità di ripresa. Ma non ha certo bisogno di una scuola qualsiasi, necessita piuttosto di una buona scuola. Meglio se ottima. Un bel po’ diversa da quella che ci hanno concesso negli ultimi vent’anni i continui tagli di budget e la prassi, ormai consolidata, che quella dell’insegnante più che una vocazione o una professione, sia spesso un ripiego, che ha trasformato le aule nell’ultima spiaggia per disoccupati di tutte le estrazioni. I quali, a loro volta mal formati, producono i disastri scoperchiati dall’indagine Piaac.
Al di là della facile retorica, rompere questo cerchio oltre che un dovere verso le giovani generazioni, è una chance che l’Italia può e deve darsi per ambire a qualsiasi ripresa intenda presto o tardi innescare.

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