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Si fa presto a dire smart worker!

Torna a Discanto
Martedì, 06 Ottobre 2020
Photo by Magnet.me on Unsplash

Un dato è certo in questa incerta fase post lockdown: soprattutto i grandi gruppi stanno ragionando su come ridisegnare spazi e tempi per tornare a far lavorare i propri dipendenti. Ovviamente, anche in un’ottica di risparmio, ma non solo. Negli ultimi due mesi sono, infatti, fioccati in ordine sparso gli annunci di questa o quell’azienda che ridimensionerà i propri uffici consentendo lo smart working più o meno generalizzato (vedi articolo sul numero di Business People ottobre): in media ai dipendenti basterà tornare qualche giorno alla settimana in sede per scambiare idee, fare progetti e alimentare il senso di gruppo.

Si parla di scrivanie condivise da prenotare con una app e di imprese che finanzieranno in massa il baby sitting per i figli dei propri dipendenti. Così come si affollano le previsioni sul popolo degli smart worker, e sui servizi materiali e immateriali (essenzialmente digitali) di cui avranno bisogno per poter espletare al meglio le loro funzioni.

Insomma, si apre il sipario su un mondo che presenta un’evidente complessità. Già, perché i consensi e le riserve abbondano in un senso e nell’altro. Tra le tante – legittime e illegittime – sorte in questi mesi, un’altra si è fatta strada prepotentemente. Ma siamo del tutto sicuri che degli elementi selezionati per svolgere le loro mansioni all’interno di un contesto lavorativo d’ufficio, abbiano di default le capacità organizzative per poterlo fare con la stessa efficienza ed efficacia a casa propria? Se, cioè, non sia diametralmente possibile che quello che è vero per molte persone, ossia che da remoto lavorano meglio che in ufficio, non possa essere diametralmente ribaltato…

Il che vuol dire che da qui ai prossimi anni, se l’avvento dello smart working si stabilizzerà, dovranno cambiare le metriche di selezione del personale, mentre le aziende dovranno da qui ad allora fare i conti con organici scelti per profili non proprio conformi al nuovo che avanza. Certo si può sempre ricorrere alla formazione, ma le abitudini e le attitudini sono dure a morire. Tutto questo per dire che bisogna fare spazio a una nuova cultura del lavoro, a una nuova filosofia capace di valorizzare la singola persona non solo per quello che sa e sa fare, ma anche per quello che è. Per il suo senso di responsabilità e di disciplina nello svolgere un lavoro che è parte integrante della sua vita, in quanto anche manifestazione della sua indole. Un tempo avrebbero detto addirittura della sua anima. Come dire che, una volta fatto lo smart working, bisogna far nascere, crescere e allenare la prima, vera generazione di smart worker.

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LA RIVISTA
Anno XV n 10 ottobre 2020
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