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Rischiamo l'era dell'hard discount

Torna a Discanto
Mercoledì, 01 Marzo 2017

Ci sono argomenti su cui non ci si capacita, perché se ne parla, se ne riparla e a furia di parlarne il rumore di fondo diventa così assordante che si perde il senso delle parole che si dicono, e si finisce col non capirci più niente. È la sensazione che mi coglie ogni volta che sento discutere di disoccupazione giovanile, dai cosiddetti adulti che pensano sempre di sapere tutto, senza averci capito nulla. Vogliamo parlare di quante “iene” si sono lanciate sul testo della lettera lasciata dal trentenne suicida di Udine? Tutti a pontificare, a dire e a disdire, su tv, giornali, social e chi più ne ha più ne metta. Ormai quello del giovane disoccupato è un argomento ricorrente, quello che vale un talk, ma solo se non c’è altro di meglio per cui accapigliarsi. Un altro trend topic al pari della violenza sulle donne e la pedofilia. Capirai, c’è poco da stare allegri...

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ORMAI QUELLO

DEL GIOVANE DISOCCUPATO

È UN ARGOMENTO RICORRENTE,

QUELLO CHE VALE UN TALK,

MA SOLO SE NON C'È

ALTRO DI MEGLIO

PER CUI ACCAPIGLIARSI

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Ma la riflessione che mi assale quando sento parlare di quanto siano messi male questi fantomatici Millennial è che il peggio debba ancora venire. Pensateci su, perché c’è di che far venire la pelle d’oca. Mettiamo da parte le lamentazioni retoriche e sociologiche, e consideriamo alcuni numeri forniti di recente dal Censis, dai quali si evince che nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni il 52,9% (pari a circa sette milioni di persone) non riesce ad avere un’occupazione in grado di renderli autonomi dalla famiglia. E questo accade malgrado il 54% di loro sia laureato. Come dire, forse sanno troppo o magari troppo poco, oppure è probabile che non sappiano ciò che c’è da sapere…

Ma lasciamo stare le speculazioni, e andiamo avanti. Tra quelli che hanno avuto la fortuna di incappare in un impiego negli ultimi cinque anni, nel 20,5% dei casi (nel range 16- 24enni) hanno dovuto altresì fare i conti con ripetuti periodi di inattività. Perciò, è sempre e solo la famiglia a sopperire e aiutare, sostenere e intervenire. E quando non c’è, allora la situazione si fa più molto seria. E rischia di diventare ancora più drammatica tra qualche decennio, quando i Millennial saranno sopravanzati da nuove categorie demografiche e si troveranno nelle stesse condizioni in cui versano oggi i Baby Boomer (i cinquantenni per intenderci che vedono stagliarsi all’orizzonte vecchiaie da fame), perché nel 65% dei casi – se il welfare non dovesse cambiare drasticamente – avranno una pensione inferiore ai mille euro mensili.

Insomma, altro che crescita dei consumi per sostenere la produzione nazionale, le aziende dovranno fare i conti con una decrescita infelice, perché imposta, che allargherà il divario tra consumi di lusso e consumi di massa. A farne le spese sarà la produzione media, sparirà come la borghesia. Vincerà la filosofia dell’hard discount ovunque, con buona pace della retorica sull’eccellenza del made in Italy. Tutto questo per dire che bisogna imporre a questo Paese uno sforzo eccezionale per far crescere una cultura del lavoro in quantità (numero di occupati) e qualità (redditività e professionalità). Il che non è un’esigenza generazionale, dei trentenni, ma presente a tutte le latitudini di sesso e longitudini di età.

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