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Riprendiamoci il Paese

Torna a Discanto
Mercoledì, 09 Settembre 2020
Photo by MIGUEL MEDINA/AFP via Getty Images

Autunno, è tempo di resa dei conti. Secondo l’Istat, un’azienda su tre rischia di chiudere. Sei insegne di alberghi e ristoranti su dieci, potrebbero abbassare definitivamente le saracinesche. Con un tasso di disoccupazione sottostimato (durante il lockdown la gente non poteva certo cercare lavoro, mentre i finanziamenti pubblici o le promesse di finanziamenti venturi drogavano il mercato), l’emergenza e la rivolta sociale sono dietro l’angolo.

Godiamoci quindi questi ultimi scampoli e settimane di allarmata tregua, perché il peggio per l’economia deve ancora venire. Basta fare un giro per le arterie dello shopping di Milano per rendersene conto: decine e decine di esercizi commerciali hanno dismesso la loro attività. È un fiorire di cartelli “Cedesi, affittasi e vendesi” o di vetrine vuote e mute che esprimono tutto, catene come Zara, H&M, McDonald’s hanno chiuso punti vendita. Nei negozi aperti si percepisce il vuoto, e il disagio per una situazione di cui non si vede ancora la fine. Moltiplicate la condizione in cui versa il commercio per ogni settore che a cascata risente del ristagno dei consumi italiani, e avrete la percezione che i tempi a venire potrebbero farci rimpiangere lo sgomento del 2008.

Intanto, in tv e sui giornali fa male al cuore il mesto teatrino di un governo che si distingue per la sua incapacità di fronteggiare quella che i suoi rappresentanti hanno definito la Storia. Non ne sono all’altezza, men che meno un’opposizione drammaticamente populista che ha fatto dell’incapacità altrui la sua unica forza. Ecco perché toccherà al Paese ricostruirsi da sé, dovrà essere la popolazione ad affrontare spesso a mani nude l’emergenza economica, facendo più fatica e impiegando più tempo del dovuto, e con essa le imprese.

Dobbiamo saper ricostruire questo Paese, malgrado la politica, anzi a dispetto di questa politica. Come un organismo che si autorigenera, le regioni del Nord più offese potrebbero trovare nel Sud sano, l’incoraggiamento emotivo a ripartire di slancio. Bisognerà avere le capacità di introdursi tra le maglie di questo assordante vuoto politico per ricominciare, senza recriminare: sarebbe un’inutile perdita di tempo. Bisogna che le aziende si riapproprino della loro capacità creativa e innovativa per ridare slancio a questo Paese. Perché la conditio sine qua non per sanare le profonde ferite inferte dalla pandemia è il lavoro, e le uniche in grado di creare lavoro sono le imprese non certo il governo, tanto meno il parlamento. Salvare e creare posti di lavoro, che siano però reali e non fittizi come quelli che avrebbero dovuto procacciare i fantomatici navigator, diventati a loro volta stipendiati disoccupati, questo serve più che mai oggi e nell’immediato. Non certo questa politica incompetente e senz’anima.

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Anno XV n 11 novembre 2020
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