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Ricominciamo da Jung

Torna a Discanto
Lunedì, 15 Marzo 2021

Al netto del piano vaccini che dovrebbe condurci fuori dal guado di questa maledetta pandemia, così come degli effetti (speriamo i migliori possibili per il nostro Paese) degli investimenti del Recovery Plan, per non parlare delle incertezze relative alla politica nazionale e internazionale, le domande che continuano a risuonare nella mente di tutti è: che ne sarà di noi e del Paese? Cosa dovremo affrontare quando usciremo dalla bolla emergenziale e ci troveremo immersi nelle macerie di aziende e negozi chiusi, posti di lavoro persi, equilibri economici ridisegnati così come le famiglie e la percezione stessa del nostro stare al mondo? Da dove ricominceremo?

A tal proposito mi è venuto in mente cosa sosteneva Carl Gustav Jung nella prefazione al suo libro La psicologia dell’inconscio . Era il 1916 e la barbarie del primo conflitto mondiale imperversava in Europa. «La psicologia del singolo corrisponde alla psicologia delle nazioni», scriveva il grande psicanalista. «Quello che fanno le nazioni fa anche ogni singola persona, e fintanto che lo fa il singolo lo fa anche la nazione. Solo il cambiamento della mentalità del singolo costituisce l’inizio del cambiamento della psicologia della nazione. I grandi problemi dell’umanità non furono mai risolti con grandi leggi, bensì solo col cambiamento della mentalità del singolo. Se c’è mai stato un periodo in cui l’introspezione è stato l’unico atteggiamento giusto e assolutamente necessario, è proprio la nostra epoca catastrofica».

Sono parole di una semplicità e di una verità disarmanti, perché dicono che – soprattutto dopo una guerra o a una pandemia – se si vuole cambiare il mondo che ci circonda, dobbiamo cominciare a cambiare noi stessi, a partire dal nostro atteggiamento. Il pressapochismo della politica e i bizantinismi della burocrazia – di cui lamentiamo tanto l’esistenza – ci appartengono: sono il nostro riflesso. Jung indicava la soluzione delle nevrosi personali nell’introspezione, nell’andare a scovare nell’inconscio i problemi nascosti e insoluti dell’individuo e a portarli alla luce, per prenderne consapevolezza e trovare così la via d’uscita. È la terapia che applicava ai suoi pazienti, la stessa che dovrebbe poter curare una nazione come la nostra, mai come adesso tanto cieca ai suoi stessi – reali – bisogni.

Non si tratta di far sdraiare il Paese sul lettino dello psicanalista, né di mandare in analisi (anche se, visti i traumi, non farebbe male…) 60 milioni di italiani, bensì di ricominciare diventando sempre più responsabili nei nostri confronti – scegliendo modelli di vita che ci facciano stare bene, senza nuocere agli altri – e verso la nostra comunità nazionale. Quello che ci fa stare bene come persone sarà quindi preferibile a ciò che ci fa stare bene come consumatori, ciò che ci conviene di più come cittadini è migliore di quanto ci convenga come elettori, scoprire chi siamo e cosa vogliamo realmente sarebbe preferibile all’ideale di persona che vorremmo essere. Lo so, è una sorta di rivoluzione copernicana quella che si dovrebbe operare a livello di singoli e via via di comunità e poi di Paese. Ma quale sarebbe l’alternativa? Anzi, per meglio dire, abbiamo un’alternativa che non sia continuare a vagare nel solito comune pantano?

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Anno XVI n 11 novembre 2021
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