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Quote rosa: scadenza sì o no?

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Venerdì, 03 Maggio 2019
Image by Gerd Altmann from Pixabay

Il 2020 si sta avvicinando di gran balzo, e per allora la politica dovrà aver deciso se rinnovare o chiudere definitivamente con le disposizioni sulle quote rosa nei Cda delle aziende, contenute nella norma Golfo-Mosca del 2011, ormai in scadenza. Intanto, il Codice di autodisciplina delle società quotate si è già portato avanti, predisponendo che le donne continuino a essere presenti. Pur se la disposizione non sarebbe in realtà vincolante. Ma tant’è, meglio di nulla. Il problema, sempre che lo si reputi tale, rimane per le altre aziende. E il dibattito è già iniziato, in sordina. Tra chi propone la necessità di un rinnovo, perché i cambiamenti raggiunti non sono tanti e tali da far pensare di aver modificato sostanzialmente la cultura presente nelle imprese, e chi invece tenderebbe piuttosto ad ampliare il raggio d’azione proponendo di incoraggiare politiche che promuovano l’occupazione femminile tout court, le contrapposizioni appaiono abbastanza marcate. Per fortuna tutte si dicono convinte, però, che qualcosa vada fatto, il che non è un risultato da poco. 

Sul da farsi ci si continua invece a dividere e a far incespicare un cammino che altrove, almeno in Europa, procede di certo più spedito. Perché a fronte di chi sostiene che più donne ai vertici delle aziende producano un effetto cascata sul resto del personale (fenomeno che, a dire il vero, è stato pressoché impercettibile), altri lamentano che l’imposizione delle quote rosa sia una sorta di riserva indiana che ghettizza le donne, potenzialmente discriminatoria nei confronti degli uomini e limitante per gli imprenditori che dovrebbero avere nella scelta delle risorse la competenza come unico parametro.

Tutte ragioni condivisibili su entrambi i fronti, detto ciò la questione del gender gap rimane e si fa sempre più pressante, perché mentre in Italia si procede a piccoli passi, il resto dei Paesi occidentali sta guadagnando terreno e con esso vantaggi economici nei nostri confronti: è risaputo che le economie dove l’occupazione femminile, soprattutto in ruoli decisionali, ha livelli superiori il pil ne benefici sensibilmente. Quindi, che lo si faccia per tutelare le quote rosa o per migliorare le performance economiche delle nostre aziende, qualcosa affinché le donne possano qualificare anche ai massimi livelli il lavoro che svolgono per il Paese va fatto. Che lo debbano fare un governo e un parlamento in cui la presenza femminile è ai minimi storici rispetto agli ultimi 20 anni sembra, però, impresa difficile, se non improbabile.   

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Anno XIV n 7 luglio 2019
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