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Quella misera media del 20 (e oltre)

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Lunedì, 05 Ottobre 2015

La disoccupazione decresce, malgrado di poco, il Pil cresce, seppur in valori infinitesimali, e i consumi aumentano lievemente. Insomma, si registra qualche flebile avvisaglia di ripresa dell’economia tricolore. Certo, non è ancora tempo di stappare le bottiglie di spumante e festeggiare per il cambio di passo, ma da qualche parte bisognava pur iniziare… Anche l’Expo di Milano parrebbe aver sortito esiti positivi, senza aver fatto sfaceli.

C’è di che essere, quindi, ottimisti? Ovviamente. E nella speranza che i dati siano confermati (in crescendo) nei mesi a venire, va aggiunto – ottimisticamente parlando – che siamo solo ai preliminari, perché la strada che ci si prospetta davanti è lunga e impervia. A darne un assaggio sono stati i risultati dell’Inclusive growth and development report 2015 del World Economic Forum, in base al quale il ritratto che viene fuori del nostro Paese relativamente alla crescita inclusiva (in sintesi la ricerca ha preso in considerazione le attività messe in campo dai singoli Stati per favorire una crescita economica in grado di migliorare gli standard di vita dell’intera società, riducendo le ineguaglianze di reddito e benessere) ci resta ancora molto da fare. Sulle 112 nazioni esaminate, su cui spiccano le 30 più industrializzate, il nostro Paese non risulta messo bene per Pil pro capite (22esimo posto), produttività (20esimo), disparità di reddito (19esimo), tasso di povertà (21esimo), debito pubblico e risparmio netto (21esimo), istruzione (26esimo), qualità dell’istruzione (28esimo), protezione sociale (22esimo), occupazione e retribuzione (22esimo), servizi e infrastrutture (28esimo), trasferimenti fiscali (25esimo), corruzione (26esimo).

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In Italia il sistema di protezione sociale
non è né particolarmente generoso né efficiente,
cosa che accresce il senso di precarietà e di esclusione

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Ecco perché, una volta messi insieme uno dietro l’altro questi elementi, non stupisce che alla fine risultiamo al 29esimo posto anche come iniziativa imprenditoriale, con una media del 3,53 contro il 5,78 della Finlandia, il 5,76 degli Usa e il 5,55 dell’Australia, le tre teste di serie in cima alla classifica, visto che – secondo gli analisti del Wef – non riusciamo a creare un numero sufficiente di nuove imprese che siano in grado di fornire ampie opportunità occupazionali, anche perché è difficile ottenere finanziamenti per alimentarle. I ricercatori denunciano che da noi il sistema di protezione sociale non è né particolarmente generoso né efficiente, cosa che accresce il senso di precarietà e di esclusione.

Che dire? Con una tale, disastrosa, media del 20 e oltre, sfido chiunque a farsi venire quell’ottimismo della volontà che sta alla base di qualsiasi impresa, media che sforiamo solo per il 7° posto per la pressione fiscale sul Pil e l’8° per le retribuzioni. Il che è tutto dire… Come magra consolazione gli analisti sottolineano che nessun Paese ha raggiunto l’optimum e che tutti, nessuno escluso, hanno ampi margini di miglioramento. Ma un insegnamento (tra i tanti a dire il vero) che può essere dedotto da questi anni di lunga crisi è che non basta crescere, ma che occorre crescere bene, altrimenti le economie delle nazioni come i fatturati delle imprese sono destinati presto o tardi a implodere.

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