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Quel privilegio chiamato lavoro

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Giovedì, 01 Febbraio 2018
Franco Tatò

In un Paese che vuol dirsi civile il lavoro non può diventare un privilegio da concedere o da ricevere. E invece lo sta diventando. Forse lo è già. Almeno nella testa di qualcuno: gli (si spera pochi) imprenditori che considerano i dipendenti dei pesi, i diritti dei quali vivono alla stregua di ostacoli che impediscono loro di fare e disfare del loro destino come credono esigano i duri ricorsi dell’economia, e quei tanti, tantissimi precari che considerano un miracolo riuscire a portare per un tot di mesi sì e un tot di mesi no un reddito a casa. Senza parlare dei disoccupati e dei cassintegrati, o dei lavoratori delle aziende in crisi…
Entrambe le parti in questione si sentono sotto scacco e ricatto. E hanno – ognuna a suo modo – entrambe ragione. Attenzione, non si sta tornado alle rivendicazioni del ’68 – delle quali parliamo ampiamente in questo numero – in cui la separazione tra padroni e operai era netta e quindi gli ambiti chiari. Ora che quello che fu il terziario avanzato ha preso il sopravvento sulle fabbriche, e nelle piccole e medie imprese i lavoratori si sono abituati a lavorare spesso a diretto contatto con gli imprenditori, questa spaccatura si è fatta più subdola e lacerante. C’è uno spaesamento che coglie tutti e di cui fa le spese la stessa produttività aziendale. Se un datore di lavoro vive un dipendente come un problema, entrambi hanno un problema, solo che il primo potrebbe averne più di uno. E in quel caso la cosa diventa insostenibile. Per tutti. Personalmente, mi trovo d’accordo con Franco Tatò, nell’intervista a pag. 46 della rivista, nel momento in cui fa dire a un suo amico che «l’articolo 18 è il responsabile dell’arretratezza dell’Italia», visto che attraverso di esso si è perseguita non un’uguaglianza delle opportunità e si è giunti al posto fisso intoccabile per tutti. O, per meglio dire, l’intento dell’articolo 18 era condivisile, mentre la sua applicazione troppo schematica, è risultata nel tempo controproducente. Dopo di che non si può non condividere il pensiero di Papa Francesco quando di recente ha puntualizzato che non è solo il lavoro a dare dignità all’uomo, ma anche la sicurezza di averne uno. E continuare ad alimentare l’insicurezza, destinata a diventare maggioritaria con la sharing economy, significa assumersi una grande responsabilità.
Molti imprenditori e manager lo sanno bene, forse più di molti dipendenti a tempo indeterminato che pensano allo stipendio come a una rendita a vita. E c’è da dire che solitamente la scuola, le famiglie, la società non hanno fatto molto per dissuadere i giovani dall’idea che non si può pretendere di vivere in un sistema paternalistico in cui ci sarà sempre qualcun altro pronto a provvedere a te. La verità è che si sta ampliando sempre di più il divario tra una fascia di imprenditori e manager illuminati, che si possono permettere di mettere a frutto quanto dedotto dalle più civili conquiste del moderno concetto di leadership e intelligenza emotiva, e gli altri che per le ragioni più disparate tralasciano le due cose più importanti che, secondo Henry Ford, non compaiono nel bilancio di un’impresa: la sua reputazione e i suoi uomini. Perché in questi tempi di social network e di lavoratori a rischio entrambe le voci stanno avendo drammaticamente la peggio.

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LA RIVISTA
Anno XIII n 5 maggio 2018
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