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Quel perenne déjà vu su donne e lavoro

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Martedì, 06 Marzo 2018
© geralt on Pixabay

Avete notato come, tra i tanti estrosi simboli presentati alle elezioni politiche, non ce ne sia stato alcuno che – oltre agli animali, alla fisica e al Sud – inneggiasse alle donne? Come mai? Viene da chiedersi. Forse, perché ormai della questione femminile non s’interessa nessuno. Neanche le donne. Oppure, potrebbe essere che – e spero sia così – la questione della donna sia talmente seria e profonda da non poter essere ridotta ad arma di scontro e di distinguo in occasione di un confronto elettorale. Il che è tutto dire...
Ma passando alle donne, se ne sono dette tante in queste ultime settimane, come ha fatto l’Onu denunciando che al mondo non esiste Paese o settore in cui guadagnino tanto quanto i loro pari grado uomini. È ben del 23% il divario: quasi un quarto della retribuzione. Un’enormità. Le cause? La sottovalutazione del lavoro femminile, la mancata remunerazione del lavoro domestico, la minore partecipazione al mercato del lavoro, il livello di qualifiche assunte e – ultima ma non per ultima – la discriminazione. Alla base c’è il fatto che le donne – quando decidono di avere figli – vengono di fatto considerate soggetti in media meno produttivi e, pertanto, passibili di fare meno carriera dovendo seguire la prole almeno per un anno o due dalla nascita. Vero, tutto vero: anche se poi a guadagnare meno sono anche le donne senza figli e single. Quindi… Quindi, è ormai comunemente accettato che le donne siano “naturalmente” predisposte a fare meno carriera di un uomo. Così è, così deve essere… Amen, direbbe qualcuno.
La cosa che non torna, però, è se sia tollerabile che metà della popolazione, mediamente più preparata dell’altra (evito di citare i dati sulle studentesse che si laureano con voti migliori, in materie anche scientifiche, rispetto ai colleghi maschietti), mediamente più multitasking (le risultanze in tal senso non si contano), mediamente se certo non più forte fisicamente più resistente dei colleghi appartenenti all’altra metà del cielo, debba accettare come se nulla fosse di essere considerata nei fatti una classe di paria. Una categoria di serie B. Illustri editorialisti si sono spinti a scrivere che se le donne pretendono gli stessi stipendi degli uomini che smettano di fare figli, e lavorino senza soluzione di continuità. Solo che poi le testate da cui pontificano detti Soloni sono le stesse che si strappano i capelli per la crescita zero della popolazione, e per il fatto che nascano più figli di immigrati che di italiani. Come dire: si pretende la botte piena e la moglie ubriaca. E comunque, secondo lor signori, dovrebbero essere le donne a sacrificarsi per colmare questo gap (ammesso che lo si consideri tale). Certo, sarebbe antistorico chiedere per le donne dei privilegi, ma è legittimo pretendere il riconoscimento della loro specificità, e in quanto tale dell’adozione di parametri meritocratici che non le penalizzino in quanto donne. Continuare su simili argomenti provoca una fastidiosa sensazione di déjà vu, di ragioni dette e ripetute, ma mai comprese nel profondo. È come se nella società italiana agisse un riflesso masochistico che non si ferma neanche davanti agli 88 miliardi di euro l’anno che, secondo Eurofund, il nostro Paese perde per la sottoutilizzazione del lavoro femminile. Siamo in fondo alla lista, siamo – stavolta tutti insieme – i paria d’Europa.

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Anno XIII n 9 settembre 2018
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