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Per il commercio è una questione di vita o di morte

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Giovedì, 06 Settembre 2018
Centro commerciale © Pixabay

Medici e personale infermieristico, addetti ai trasporti (dai mezzi pubblici ai tassisti passando per chi lavora nelle stazioni e negli aeroporti), operatori del turismo (dagli albergatori ai ristoratori, passando per i baristi e i locali notturni), giornalisti, allevatori, agricoltori… E potremmo continuare. C’è tutta una selva di categorie di lavoratori che da sempre lavorano facendo i turni, ad alcune delle quali spesso e volentieri capita di lavorare anche sabato e domenica, quando non nelle ore notturne. 

È stato sempre così, senza che nessuno si levasse da mane a sera, ieratico e intransigente, tuonando contro le aziende – segnatamente negozi e centri commerciali – ree di far lavorare i propri dipendenti anche la domenica quando invece dovrebbero stare con le famiglie. Le liberalizzazioni degli orari di apertura volute dal governo Monti sarebbero state, a sentir loro, un attacco indiscriminato alla sacralità di questa fondamentale espressione delle socialità umana. Il che è, per certi versi, come fare passare il messaggio che esistano famiglie di serie A (quelle dei dipendenti del commercio) e famiglie di serie B (quelle delle altre categorie di lavoratori su citati). Il tutto avvallato dall’imprimatur del governo, che ha ripromesso di mettere mano agli orari di apertura dei negozi, perché questo scempio non è più concepibile.

Sarà. Ma questo assecondare “peloso” le aspirazioni di un’ampia categoria di lavoratori, che la domenica preferirebbe fare una gita al mare o starsene in casa a guardare la partita anziché andare in negozio, sa tanto di resa alla pancia degli elettori. Reali o potenziali che siano. Lo so, si ribatte che il commercio non costituisce un servizio essenziale e pertanto sarebbe procrastinabile, ma in base a quale parametro si stabilisce che non lo sia? Perché non è una “questione di vita o di morte”? Forse. E se lo fosse, anziché per i consumatori, per il commercio tradizionale in sé?

Sappiamo bene come il digitale stia stravolgendo il nostro mondo, quello di tutti e di tutte le professioni, e qui sarebbe troppo facile agitare lo spauracchio dell’e-commerce aperto 24 su 24, ma se non si entra in un’ottica di totale smarcamento dello status quo, senza guardarsi più indietro, non se ne viene fuori. Se nel 2018 si vagheggia ancora il ritorno ai vecchi sistemi dell’età analogica, se ne uscirà con le ossa rotte.

Altra cosa è darsi invece delle regole chiare e con pesanti pene per i trasgressori, per fare in modo che la pressione non siano troppo usurante per il lavoratore e al fine di tutelare le situazioni più vulnerabili, facendo in modo che siano prese tempestivamente in considerazione e rispettate dai datori di lavoro. E su questo, purtroppo, abbiamo ancora un ordinamento lento e una regolamentazione suscettibile di troppe interpretazioni, mentre queste famiglie – già in difficoltà – pagano il prezzo più alto. Ma quella di non sapersi confrontare con la complessità che la modernità, non riguarda solo il commercio, quanto l’Italia.

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Anno XIII n 11 novembre 2018
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