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Ok il green, ma chi paga?

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Lunedì, 31 Gennaio 2022
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Un allarme si leva sovrano: le tasse ambientali rischierebbero di far pagare a caro prezzo la transizione a imprese e cittadini, che più o meno direttamente dovranno sobbarcarsi i costi aggiuntivi – se non altro di adeguamento – nella produzione dei prodotti e nella fornitura di servizi. Per intenderci, l’automotive entro il 2035 non potrà più produrre vetture alimentate a energia fossile. Pare che il vino possa essere equiparato alle sigarette e quindi non più suscettibile di finanziamenti europei, anche per la carne si parla di una possibile tassa, simile a quella prevista sullo zucchero rinviata al 2023 così come quella sulla plastica monouso. Per non dire che entro il 2030 non si potranno applicare aliquote Iva agevolate a prodotti considerati nocivi per l’ambiente e gli obiettivi climatici. Altra voce di cui tenere conto i permessi di produzioni della CO2 e del sistema per lo scambio ETS, in base ai quali le aziende devo spendere per comprare quote di emissione.

Tutte queste azioni fiscali a carattere green – e molte altre – a livello internazionale e locale stanno contribuendo a tracciare un perimetro entro cui la nostra economia dovrà muoversi nei prossimi anni. Si tratta di costi reali per azioni ormai ineludibili, visto che altrimenti si rischiano – a volerla mantenere solo su parametri squisitamente economici – maggiori danni economici e sociali, sul fronte della prevenzione delle catastrofi ambientali e in quello sanitario, per tacere della salvaguardia stessa del pianeta e con esso della nostra stessa esistenza. Ma, va detto, mai investimenti saranno spesi meglio, mai tasse avranno avuto più senso, mai aumenti di prezzo di costi e servizi potranno dirsi più giustificati.

Si tratta di essere creativi, di trovare soluzioni innovative per compensare le spese e incentivare i guadagni, puntando sulla maggiore credibilità e trasparenza che le imprese hanno oggi la possibilità di darsi e di spendere agli occhi dei propri clienti. È come se l’economia nel suo insieme avesse la mirabile occasione di rifarsi una – reale – verginità, riconoscendo gli errori del passato e imponendosi di non perpetuarli. Ma occorre che le regole siano rispettate alla lettera e alla virgola, che ogni sgarro sia sanzionato, servono controlli ferrei e controllori agili che sappiano adeguarle al mutare delle condizioni e delle circostanze.

Serve un legislatore attento e competente, che non deroghi a queste norme alla prima tornata elettorale e sorregga i comparti che rischiano di essere maggiormente penalizzati; e servono manager e imprenditori evoluti, quanto mai consapevoli che sulle loro (buone, corrette e giuste) azioni di oggi e di domani si potrà costruire il futuro del Paese. Infine, servono cittadini attenti, disposti a penalizzare – a ogni costo – chi non rispetta le regole, siano essi politici, prodotti e servizi che nel medio e nel lungo periodo tendono a remare contro il bene comune. Per un popolo come quello italiano renitente a ogni imposizione potrebbe essere una prova maggiore che per altri, ma è lo stesso popolo che a livello europeo durante la pandemia ha dato prova di riuscire a percepire meglio di altri la drammaticità dell’emergenza. Ebbene, bisogna essere capaci di fargli capire che quell’emergenza – anche se per altri motivi – non è ancora finita.

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Anno XVII n 12 dicembre 2022
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