Non basta avere ragione

Ogni anno che il buon Dio manda in Terra, c’è una dichiarazione del governatore della Banca d’Italia di turno che divide gli animi, tra chi lo taccia di evidenti banalità (fotografare cioè l’evidente) e chi punta il dito: «proprio lui parla che con le banche…» e via discorrendo. Gli schemi si ripetono: il circo Barnum di chi la sa sempre più lunga dell’altro che ha postato in Rete il commento precedente, in un crescendo di “che te lo dico a fare!”, ha sempre le piste aperte. E dire che quello vero ha chiuso definitivamente di recente gabbie e tendone. Ebbene, per chi ne avesse nostalgia, è diventato virtuale.

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Riconoscere la giustezza

di un’affermazione,

malgrado arrivi da un avversario,

è sintomo di una maturità

che in troppi devono

ancora conquistare

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Come dicevamo, i commenti sono stati inclementi, e per farlo nove volte su dieci il contraddittorio da parte dei critici non ha riguardato la sensatezza o meno di quanto detto, preferendo colpire chi le diceva (Visco) e da quale pulpito (Banca d’Italia) per minarne la credibilità. Sui media italiani, e in particolare online, vige ormai la regola secondo cui se qualcuno ha un’opinione, giusta o sbagliata che sia, prima bisogna provare a gettare fango in tutti i modi – urbani e non – sull’opinionista di turno, per poi sostenere esattamente il contrario. Sparandola grossa il più possibile, a prescindere: più la panzana è grande, più c’è la possibilità che qualcuno commenti e condivida il tuo articolo , il tuo post, il tuo tweet e via discorrendo. Siamo perennemente sull’ottovolante dell’iperbole e ad andarci di mezzo è come al solito il sano buonsenso. Se insinui, pontifichi, critichi, hai – forse – la possibilità di essere visto, se ragioni invece diventi automaticamente trasparente, ininfluente, non esisti. È come se parlassi con un tono normale in uno stadio dove tutti urlano a perdifiato. Chi vuoi che ti ascolti? Riconoscere la giustezza di un’affermazione, condividerla, malgrado arrivi da un avversario, un concorrente, un nemico giurato, o qualcuno che in passato ha sbagliato, foss’anche lo stesso Belzebù in persona, è il sintomo di una maturità, di una consapevolezza morale e intellettuale che purtroppo in molti, in troppi, devono ancora conquistare. In Rete e fuori.

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Discanto

Nella musica il discanto è un tipo di polifonia praticato tra la fine dell’11° e il 14° sec., caratterizzato dal moto contrario o obliquo tra le voci e dalla costante collocazione della voce aggiunta, non più al disotto, bensì al disopra del canto dato. Il termine indica anche la parte superiore (voce o strumento) di un complesso polifonico.

Per Business People Discanto è l’appuntamento mensile con il direttore editoriale della rivista e direttore di Tivù, Linda Parrinello