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Noi, pugili suonati

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Venerdì, 03 Ottobre 2014

Come incassiamo noi italiani, non è in grado di farlo nessuno. Siamo ridotti alla stregua di quei pugili suonati che sul ring le prendono di santa ragione, continuando a borbottare «ora ti ammazzo, ti faccio nero, ti distruggo», ma poi non riescono nemmeno a parare i colpi lasciandosi istupidire dai pugni dell’avversario. E a fine incontro, si dà il caso, una volta arrivati a casa, sono costretti a subire anche gli improperi, quando non le sberle, della moglie petulante, stufa di avere un marito perennemente perdente. Come darle torto, d’altra parte.

Anche noi siamo sommersi da dati economici che indicano il pessimo stato di salute della nostra economia. Disoccupazione in salita, disavanzo in crescita, tasse alle stelle, pil peggio del previsto, burocrazia sempre più arrogante. Ogni giorno incassiamo e portiamo a casa, mentre dai giornali, nei talk o in radio ci sentiamo ripetere due chiavi di lettura diametralmente opposte e – in quanto tali – equivalenti: siamo all’inizio della fine o siamo all’inizio della risalita. Comunque, non siamo messi bene: il pantano è pantano, e da lì non ci si schioda. Il fatto è che, ma forse si tratta solo di una mia impressione, ogni volta che si parla della nostra situazione economica (troppo, a dire il vero, tant’è che ogni volta mi verrebbe di ribattere a certi politici ridottisi alla stregua di figuranti da talk, «più fatti, meno parole, please!»), si dibatte più sui sintomi anziché sulle cause.

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Con la caduta del Muro di Berlino,
ben 25 anni fa, sono morte le ideologie.
Ma quando sono morti gli ideali?

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Cosa ci ha condotti alla condizione in cui versiamo? La famelica finanza internazionale? La rigidità dell’Europa? La perenne e incorruttibile corruttela delle nostre classi politiche? Ciascuna di queste letture, mi sta bene, è vera, pertanto la condivido. Ma ancora prima che ciò si verificasse, cos’è successo al nostro intelletto, finanche alle nostre anime, per lasciarsi andare alla deriva, in balia degli istinti anziché farsi ispirare dalle emozioni? Mi spiego meglio. Con la caduta del Muro di Berlino, ben 25 anni fa si è soliti dire che sono morte le ideologie, ma quando sono morti gli ideali? Quando e perché abbiamo deciso che l’etica, il rispetto per gli altri, il senso dello Stato, la responsabilità civile, l’aspirazione verso una società giusta fossero degli optional delle nostre esistenze, private e pubbliche? C’è chi dice che all’Italia, alla stessa Europa, manchi un sogno.

Sono d’accordo: ci manca il sogno di vederci e considerarci migliori di quello che siamo diventati, perché – come singoli e come comunità – temiamo di doverci poi impegnare per perseguirlo. Perciò andiamo alla deriva, cercando le scorciatoie. Ci perdiamo e le prendiamo di santa ragione ogni volta che saliamo sul ring. Mentre se solo fossimo vigili destinatari di quel sogno, ogniqualvolta che leggessimo dell’Italia fanalino di coda del Vecchio Continente, cominceremmo ad alzare la guardia e a sferrare ganci a destra e a manca. Salvo renderci conto alla fine che l’avversario contro cui stiamo combattendo siamo noi stessi.

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