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Nella ripresa bisogna (soprattutto) crederci

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Lunedì, 09 Giugno 2014

Quanto segue è stato scritto alla vigilia delle elezioni europee. Quindi, non si conosce ancora il nome di chi uscirà vincitore dalle urne. Questo per dire che non s’intende con ciò dare la volata a chicchessia, ma mi preme essenzialmente ribadire un concetto, quello di un nuovo Rinascimento industriale della Penisola. A dispetto di certi risultati negativi resi noti nelle ultime settimane – vedi l’andamento del pil che, secondo l’Istat, dovrebbe crescere meno del previsto nel 2014, mentre per l’Ocse il debito salirà al 134,3% nel 2014 e al 134,5% nel 2015, per non parlare dello spread in lieve crescita, mentre i numeri della disoccupazione continuano a essere a dir poco drammatici –, alcuni indicatori dicono che l’Italia, volendo (e solo se lo vorrà fortemente) potrebbe farcela a risalire la china.
Le prime a dimostrare un rinvigorito clima di fiducia sono le imprese manifatturiere le quali, sempre in base a una rilevazione Istat, fatto 100 il dato del 2005, lo scorso aprile hanno registrato un indice del 99,9% (il mese precedente era al 99,3%); è migliorato anche il sentiment del commercio al dettaglio, sia nella grande distribuzione (da 92,1 a 92,4) che in quella tradizionale (da 97 a 102,7). A essere meno ottimiste sono le imprese di costruzione e quelle dei servizi.
Esiste poi tutta una serie di aziende che ha deciso di riportare all’interno dei confini nazionali una parte importante della propria produzione. Infatti, in base a una ricerca UniClub, dal 2009 sono stati 79 gli impianti rientrati in Italia, gran parte dei quali riguardanti la produzione di moda. C’è poi tutto il fronte dell’internazionalizzazione. È stata ancora l’Istat a indicare che tra il 2010 e il 2013 un folto gruppo di aziende, pari al 61% di quelle già attive all’estero, ha aumentato il proprio fatturato sui mercati internazionali, soprattutto nel settore farmaceutico, mentre il 70,5% delle imprese per contrastare la recessione nel periodo 2011-2013 ha fatto ricorso alla leva del miglioramento della qualità dei prodotti, arricchito la gamma nonché la formazione del personale, difendendo di fatto le proprie quote di mercato.

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Le polarizzazioni politiche hanno proiettato la loro gigantesca ombra anche sulla vita economica e finanziaria

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C’è chi sostiene che questa lieve congiuntura favorevole non sia merito nostro, bensì il riflesso del fatto che gli Usa siano in ripresa e i Paesi emergenti, per quanto in rallentamento, crescano tuttavia a buon ritmo. Sia come sia, l’Italia ha arrestato la sua corsa verso il baratro, anche se non c’è stato ancora l’effetto spinta che ci si attendeva dopo aver toccato il fondo. Probabilmente perché non si è ancora intervenuti sui problemi strutturali che pesano sulla nostra economia, per risolvere i quali occorrono interventi più drastici dei – per quanto meritevoli – 80 euro in più in busta paga per i meno abbienti. Una cosa è certa, però, ed è che per raggiungere l’obiettivo bisognerà abbandonare il clima purulento del tutti contro tutti, di “insulti e grida” delle ultime elezioni europee. Il Paese ha bisogno di credibilità e di uscire dalla mediocrità galoppante in cui è immerso, per approfittare di quei piccoli barlumi di sviluppo che si fanno largo in mezzo a tanta nebbia. La distruttività non serve, soprattutto in un’epoca in cui il pessimismo viene venduto un tanto al chilo a ogni angolo di strada. Abbiamo il dovere di credere e sostenere i timidi segnali positivi che si profilano all’orizzonte: non ricordo chi sosteneva che l’ottimismo sia la fede delle rivoluzioni. Ed è proprio di una rivoluzione che il Paese ha bisogno, non solo sul fronte economico e strutturale, ma anche – e soprattutto – sul piano culturale, visto che corruzione e burocrazia sono da sempre figlie di una sconfinata quanto profonda ignoranza civica.

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