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Le imprese sono soggetti politici

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Mercoledì, 04 Maggio 2022
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È straordinario come in un’era in cui i partiti politici e la politica hanno perso il potere di attrazione ideale e ideologico nei confronti dei loro potenziali elettori (e in Italia il crescente astensionismo ne è un sintomo quanto mai eclatante), siano le imprese o, meglio, il loro agire ad avere assunto una connotazione segnatamente e marcatamente politica. Si sa che in un mondo in cui l’economia è assurta a ruolo di teologia, e la finanza s’impone sull’etica, tale evoluzione (anche se sarebbe più corretto parlare di involuzione…) era inevitabile. Tuttavia, quanto si è svolto davanti ai nostri occhi durante la pandemia, con la mobilitazione di certe aziende nel riconvertirsi prontamente per produrre dispositivi medici o per finanziare generosamente iniziative a sostegno delle comunità e dei dipendenti, era solo il preludio di quanto sta accadendo in queste settimane con l’aggressione della Russia ai danni dell’Ucraina.

Al di là e al di sopra delle sanzioni dei governi occidentali nei confronti dell’economia dell’invasore, tantissime società di qualsiasi settore hanno chiuso negozi, uffici, attività, impianti, stabilimenti. È un segnale forte per smarcarsi da un regime che – a dire il vero – era tale anche prima (Politkovskaja e Navalny docet , solo per citare due dei casi tra i più eclatanti) che gli eventi precipitassero. L’intento è di far comprendere a chi quell’aggressione l’ha decisa e perpetrata, ma anche a chi con il suo silenzio l’avvalla per connivenza o paura, che una simile aberrazione non può passare come una circostanza naturale della storia, quasi fosse un inevitabile cataclisma climatico o un terremoto. Ecco, anche in questo caso la decisione di migliaia di aziende di chiudere i battenti (a volte continuando a pagare i dipendenti russi), ha una dirompente valenza politica, anche se va ad aggravare una situazione finanziaria già difficile a causa del post-pandemia.

Impossibile elencare qui i nomi di chi ha trovato o si è dato il coraggio di operare una simile scelta. Ma ancora di più sarebbe inutile sottoporre in questa sede al pubblico ludibrio chi, invece, questo coraggio non è riuscito a darselo. Perché aziende, italiane e non solo, che – con motivazioni più o meno trasparenti – hanno scelto di non intaccare il loro business in Russia, ce ne sono, e sono tante. Alcune hanno dimensioni tali per cui avrebbero certamente la forza per sopportare una simile battuta d’arresto, altre – producendo lusso e moda – non possono certo giustificare il loro operato con l’intento di dover fornire un servizio essenziale alla popolazione... Non si tratta di agire per evitare la gogna mediatica, ma di operare una scelta di campo, di responsabilità, di consapevolezza del proprio ruolo, che – oltre a essere economico – è insieme simbolico e politico. Checché ne pensi una certa retorica anticapitalistica con simpatie populiste, quando un imprenditore o un manager compiono con scienza e coscienza la loro funzione, tenendo conto a 360 gradi dell’impatto del loro operato dentro e fuori l’impresa che si trovano a gestire, esplicano un’indubbia azione politica. Che non è quella politica un tanto al chilo dell’“uno vale uno” o del “prima gli italiani”, a cui ci hanno abituati di recente tanti supposti leader di partito. Ma è una politica che, almeno nelle intenzioni, prova quantomeno a lambire quel che ebbe a dire in proposito il Mahatma Gandhi: «L’uomo si distrugge con la politica senza princìpi, col piacere senza la coscienza, con la ricchezza senza lavoro, con la conoscenza senza carattere, con gli affari senza morale, con la scienza senza umanità, con la fede senza sacrifici».

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Anno XVII n 12 dicembre 2022
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