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Le donne e il cavallo zoppo della famiglia

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Lunedì, 13 Luglio 2020
Foto di Igor Link da Pixabay

Si parla spesso dei soffitti di cristallo che imprigionano le donne in carriera facendone arrivare molto poche ai vertici delle aziende. Le mosche bianche che ci riescono devono tutto alla caparbietà e alla determinazione che contraddistingue il loro carattere, e a quel pizzico di fortuna che non guasta mai. C’è chi, nel tentativo di screditare a volte la persona, lo definisce arrivismo, ma – fatte salve le possibili e umane quanto doverose eccezioni – raramente una donna riesce a raggiungere in breve e senza scrupoli un’elevata posizione aziendale. Prima dovrà pagare un prezzo molto alto, oltre a studiare e a impegnarsi (come d’altra parte spetta anche agli uomini), dovrà strapparsi letteralmente di dosso la maschera archetipica che immagina le donne in primis come madri e mogli, quindi di persone essenzialmente accudenti.

Da quando le donne hanno cominciato a dire ad alta voce e a dimostrare di essere molto altro anche all’esterno (visto che internamente lo sapevano già), questa “mascherata sociale” si è incrinata. Ma non del tutto. Lo si è visto anche durante questo lockdown, dove il telelavoro o smart working che dir si voglia l’ha fatta da padrone, e dove le professioniste si sono ritrovate a dover fronteggiare contemporaneamente, nello stesso spazio-tempo, anche il ruolo di madri e/o di padrone di casa. Lo abbiamo verificato in molte e i numeri lo confermano. Secondo una ricerca di Wyser, infatti, quasi per due intervistate su tre l’emergenza è stata caratterizzata da carichi di lavoro più pesanti, con un dato in crescita di sette punti, arrivando ai due terzi del campione, se si considerano le lavoratrici con figli. Al di là del fatto che – a dire il vero – nella stragrande maggioranza dei casi le aziende si sono concentrate a far praticare un mero telelavoro (cioè tempi e modalità di lavoro tipiche dell’ufficio traslate di peso nella propria abitazione) anziché lo smart working (cioè una soluzione più agile, basata essenzialmente sul rispetto degli obiettivi e sull’autonoma organizzazione del lavoratore), le donne hanno faticato a tenere separato il lavoro e la loro sfera privata, soprattutto se non disponevano di spazi dedicati e se psicologicamente non riuscivano a staccare dall’attività lavorativa. In breve, in lockdown ha esacerbato una condizione generale di frizione e messo in luce che, oltre a un soffitto di cristallo da sfondare verso l’alto, occorre abbattere le pareti di granito che imbrigliano le donne nel determinare le loro vite professionali.

Siamo il Paese europeo col più basso indice di donne lavoratrici (56,2% contro il 68,3% della Ue) e questo lo si deve certamente alla indisponibilità di posti di lavoro, ma anche e soprattutto al fatto che le donne ai ranghi di partenza continuano a essere svantaggiate rispetto ai candidati maschi. Partiamo con un handicap naturale, quasi ancestrale, perché la vita privata delle donne (dalla maternità in poi, ma non solo) ha un impatto specifico di gran lunga superiore a quella dei loro compagni. E di questo sono responsabili da una parte le istituzioni pubbliche, ma anche quelle private, ovvero la famiglia. Perché se una famiglia non si forma nella limpida consapevolezza che la creatività e l’indipendenza di entrambi i coniugi ha pieno diritto e pari merito di esprimersi, allora è come un cavallo con una zampa più corta delle altre. Certo, potrà arrancare zoppicando, ma non chiedetegli di correre.

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Anno XV n 11 novembre 2020
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