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Le domande che pongono i Big data

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Lunedì, 07 Novembre 2016

Un fortunato libro del teologo Vito Mancuso prende il via da una frase che un giorno intravide scarabocchiata sulle pareti della metropolitana di New York: «Dio è la risposta». Da qui prende il via la lunga dissertazione contenuta nel saggio Io e Dio , che ripercorre le pieghe dell’incontro tra la persona e il divino partendo dall’assunto: «Dio è la risposta a quale domanda?». Perché la rilevanza della domanda ha pari dignità della risposta. A dimostrarlo sono secoli di cultura classica e umanistica, e a ribadirlo è il presente dei Big Data, dove ciò che serve va individuato all’interno di un mare magnum di informazioni che tutto azzera se non si sa come utilizzarle e interpretarle, non prima però di avere stabilito cosa serva e perché. Quindi, non prima di essersi posti la domanda giusta. D’un tratto ci si ritrova quindi catapultati quasi alle origini della filosofia, sorella intima della matematica ai tempi di Pitagora, quando il filosofo di Samo imponeva l’idea dell’importanza dei numeri come linguaggio per descrivere il mondo. Perché, se ci fate caso, è – per certi versi – lo stesso assunto applicabile al linguaggio dei Data, Big, Medium o Small che siano… Infatti, al di là del molto che dicono, i Data sono rilevanti per quello che a essi possiamo chiedere, se solo sappiamo cosa chiedere.

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La digital economy

impone a chi fa business

un modello di gestione

d’impresa che contempli

un’ulteriore evoluzione

della capacità d’analisi

del management

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Accade come con la ricerca scientifica, dove si procede a piccoli passi, a colpi di verifiche e controverifiche, fino a quando non si troverà il genio che – con un volo pindarico prima ancora nell’immaginario che nel reale –, al pari di un novello Einstein, riuscirà a condurci oltre le colonne d’Ercole e traccerà l’algoritmo di base che ci aiuterà una volta per tutte a spremere da questi numeri le soluzioni a tanti quesiti non proprio dell’esistenza, ma certamente dell’economia, dello sviluppo industriale, dei processi produttivi, distributivi e di marketing.

Anche se non va dimenticato che, come già nel XIX secolo il matematico e filosofo francese Henri Poincaré faceva notare, «la scienza è fatta di dati come una casa è fatta di pietre. Ma un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una vera casa». La digital economyimpone a chi fa oggi business di andare oltre la pura capacità di saper dare risposte tempestive, in quanto bisogna porsi innanzitutto le domande giuste al momento opportuno. A se stessi e agli altri. In definitiva, decisionisti sì, ma anche riflessivi, proponendo un modello di gestione di impresa che contempli un’ulteriore evoluzione della capacità d’analisi del management. Probabilmente non saranno i Big Data a salvare il mondo, ma le informazioni che le persone producono quando usano uno smartphone, smanettano su un tablet, navigano attraverso un Pc, per non parlare di quando pagano la spesa con la carta di credito, attivano sensori sui mezzi di trasporto e all’interno delle smart city, solo per citare alcuni dei comportamenti monitorati, ci aiuteranno certamente a indagare meglio la realtà in cui viviamo.

Il che, va detto, potrebbe risultare esaltante e inquietante allo stesso tempo.

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Anno XII n 12 dicembre 2017
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