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La ricetta del lavoratore infelice (e inefficiente)

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Venerdì, 06 Novembre 2020
Foto di www_slon_pics da Pixabay

Gli italiani – almeno quelli che hanno la fortuna di avere ancora un lavoro (con i tempi che corrono è sempre bene precisare…) – da una parte sono un popolo meno istruito della media europea, e dall’altra – e in una parte consistente – sono più istruiti del lavoro che svolgono. Siamo insomma troppo poco da una parte, troppo dall’altra: il risultato finale è che non siamo abbastanza per avere un mondo del lavoro competitivo. Men che meno un mondo del lavoro attento al benessere di chi ne fa parte.
L’ufficio studi della Cgia ha infatti fatto sapere che sono oltre 5,8 milioni gli occupati sovra-istruiti nel nostro Paese, pari a un lavoratore su quattro, e che tale condizione è fonte di demotivazione e scoramento. Se al quadro si aggiunge poi il problema endemico dello scollamento tra università e industria – con la seconda che cerca profili di cui la prima è solitamente troppo parca – si arriva a una situazione di dissociazione generale dove un po’ tutti hanno la sensazione di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Da qui l’ovvia sensazione di squilibrio che si respira in molti contesti lavorativi. Da che mondo è mondo c’è sempre stato il laureato che, in attesa di trovare un lavoro più rispondente ai propri studi, si manteneva facendo il cameriere o l’impiegato. Anzi, avere esperienza di lavori manuali o meno qualificati rispetto alla propria formazione, viene tutt’oggi considerato un elemento curriculare rilevante. Ma quando tale situazione si cronicizza, diventa stabile nel tempo, e non vi sono all’orizzonte prospettive di miglioramento, allora il lavoratore-individuo può sprofondare in un limbo.
E stante il livello di disoccupazione che si registra nel nostro Paese, sono in molti a non poter aspirare a nulla di meglio, costretti come sono a doversi accontentare di quel che passa il convento, con un tasso di mobilità lavorativa inchiodato al palo. Solo che, così facendo, a livello Paese (perché il discorso sulla cultura individuale è un’altra cosa), vanno sprecate le ingenti risorse pubbliche spese nella formazione di queste persone. La nostra economia non può trarne, come dovrebbe, i giusti benefici. Senza dire che nell’epoca dello smart working imperante, in cui si sta finalmente cominciando a ragionare seriamente su quanto sia rilevante il benessere del lavoratore per migliorare l’efficienza produttiva delle aziende, riflettere su questi aspetti potrebbe costituire un elemento evolutivo in più. Finalmente, seppur a macchia di leopardo, comincia a balenare la convinzione che per migliorare la capacità produttiva delle aziende non si possa più intervenire solo sui processi organizzativi, ma che bisogna sempre più intervenire sulle persone, prendendone in considerazione bisogni, talenti e aspirazioni.

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LA RIVISTA
Anno XV n 12 dicembre 2020
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