La morte? Un inconveniente hi tech

Leggevo l’altro giorno una dichiarazione di Bryan Johnson , fondatore di Kernel , una di quelle “preoccupanti” startup che stanno sviluppando chip da impiantare nel cervello umano, il quale osservava di stare «costruendo interfacce neurali e studiando una grande varietà di applicazioni. Il primo passo è aiutare chi soffre di patologie neurologiche come Alzheimer, Parkinson, epilessia e depressione. Nel lungo termine, metteremo a punto strumenti che ci aiuteranno a incrementare le nostre capacità cognitive ed esplorare le potenzialità umane». Wow! Vien da dire: la vita diventerà sempre più un fenomeno tecnologico… Ma se sarà così per la vita, accadrà altrettanto per la morte? Lo è già.

È questa l’affascinante analisi proposta dal tech-guru israeliano Yuval Noah Harari  nel suo ultimo libro Homo Deus . Già perché non si muore di morte, bensì di malattie o per incidenti che equivalgono a guasti tecnici o inconvenienti che intercorrono al nostro corpo-macchina, indi per cui se si eliminano le cause spariscono gli effetti. Harari osserva: «Se tradizionalmente la morte era materia per preti e teologi, adesso se ne stanno appropriando gli ingegneri e gli scienziati», portando come esempio quello di Bill Maris , presidente del fondo Google Ventures  (portafoglio pari a 2 miliardi di dollari, il 36% dei quali investititi in startup alle prese con progetti in grado di allungare le aspettative di vita), che ha come obiettivo non tanto quello di guadagnare scampoli di vita sulla Terra, ma di vincere definitivamente la partita contro la morte . Attraverso la tecnologia l’uomo punta a essere imperituro, immortale, dissolvere ogni cognizione di finitezza.

Liberandosi della morte l’uomo diverrebbe altro da sé. Sì, ma cosa? E poi, è lecito domandarsi: ma chi sopravvivrebbe di noi, il ventenne o l’ottantenne? E a che pro? Per fare cosa? Seppur indirettamente, stiamo delegando alla tecnologia di rispondere a suo modo , cioè tecnico, a questioni fondamentali che tecniche non sono e su cui si sono interrogati fin dalla notte dei tempi i nostri antenati. Rischiamo di far fare alle macchine scelte che sono insite nella nostra stessa umanità, limitandoci a riempire enormi buchi ontologici con banali chip digitali. Altro che rischi dell’intelligenza artificiale, siamo sul crinale di una vita (e di una morte) artificiale.

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Discanto

Nella musica il discanto è un tipo di polifonia praticato tra la fine dell’11° e il 14° sec., caratterizzato dal moto contrario o obliquo tra le voci e dalla costante collocazione della voce aggiunta, non più al disotto, bensì al disopra del canto dato. Il termine indica anche la parte superiore (voce o strumento) di un complesso polifonico.

Per Business People Discanto è l’appuntamento mensile con il direttore editoriale della rivista e direttore di Tivù, Linda Parrinello