BusinessPeople

L’Italia non è mobile

Torna a Discanto
Mercoledì, 07 Novembre 2018
Photo by Max Nelson on Unsplash

C’era una volta un’Italia in cui i figli – di generazione in generazione – studiavano più dei genitori, e ciò si traduceva in una migliore condizione economica per loro e le loro famiglie. Era un mondo in cui, lentamente e inesorabilmente, il benessere conquistato dal singolo si propagava al contesto e al territorio in cui viveva. I quali, a loro volta, li restituivano moltiplicati e in modo diffuso. C’era una volta un’Italia che adesso non c’è più. Perché quella che si scorge tra i freddi numeri dell’economia è un Paese congelato, rattrappito su se stesso. Dove latitano le chance di riscatto, dove se sei nato povero, hai ottime possibilità di rimanere tale per tutta la vita. Un Paese ingeneroso col talento così come con chi è meno fortunato

In poche parole, si è bloccato l’ascensore sociale e le nuove generazioni rimangono relegate al piano terra. O, meglio, per non sprofondare devono farsi aiutare e sostenere economicamente dai genitori: metà del reddito dei giovani italiani proviene da quello di mamma e papà. A questa laconica conclusione è addivenuto il rapporto Fair Progress?  della Banca Mondiale, che si è spinto fino a dire che, in materia di diseguaglianza di opportunità, la Penisola se la batte con Brasile, Sudafrica e Bulgaria. E abbiamo detto tutto.

Certamente, va osservato, c’è un fattore culturale e sociale che spinge i giovani ad avere meno “fame” di dire la propria e di fare quel che si ritiene sia il meglio non solo per se stessi ma soprattutto per il mondo che li circonda. Dall’altra parte però la Banca Mondiale osserva che, per migliorare la mobilità sociale, occorre adottare azioni politiche giuste, che richiedono investimenti pubblici adeguati e una spesa oculata, anche se non sarebbe solo la quantità della spesa a fare la differenza, ma soprattutto la sua qualità. Risultano controproducenti quindi interventi assistenziali, mentre urgono regolamenti e politiche strutturali pensati per aumentare la mobilità del reddito. Serve facilitare l’accesso al mercato del lavoro, migliorando la concorrenza tra le imprese e aumentando la protezione dei lavoratori contro ogni tipologia di sfruttamento. Serve costruire un sistema fiscale equo e progressivo in grado di ridurre il divario tra reddito e ricchezza, che – a dire degli esperti – sarebbe uno dei fattori chiave della bassa mobilità nelle società contemporanee. 

Parole di buonsenso e condivisibili, che ci fanno dire come sia straordinario il fatto che ogni giorno si producano studi e riflessioni che indicano le cose da fare per il bene comune. Solo che poi, nella realtà che vive oltre i numeri e i pensatoi, chi deve dettare l’agenda politica preferisce – per sopravvivere – assecondare aspirazioni insensate di questa o quella categoria, appoggiare battaglie di retroguardia, e prendere decisioni più o meno azzardate in base alla vicinanza o meno di una tornata elettorale. E intanto, il Paese continua a rimanere immobile.

POST PRECEDENTE
LA RIVISTA
Anno XIII n 11 novembre 2018
Copyright © 2018 - DUESSE COMMUNICATION S.r.l. - Tutti i diritti riservati - Privacy Policy - Credits: Macro Web Media