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Io sto con Cattelan

Torna a Discanto
Martedì, 05 Febbraio 2019
Alessandro Cattelan © Getty Images

Alessandro Cattelan ha ragione: la democrazia è sopravvalutata. Rispondendo di recente col suo solito disincanto al Corriere della Sera , il conduttore di X Factor e di Epcc , chiamato in causa sul perché abbia sostenuto che per fare un voto di Enrico Mentana ne servano dieci suoi, ha risposto: «Di fatto, ho detto che la democrazia deve finire. È una provocazione, però il voto informato ha un fondo di senso: l’esempio della Brexit è sintomatico, perché molti non sanno neanche cosa hanno votato. Del voto, che è diritto e dovere, si è perso il peso del dovere. A me, hanno insegnato che devi parlare quando sai cosa stai dicendo. Oggi, invece, si vota per la simpatia, per tifo». Per dire, qualche mese dopo le elezioni, parlando con un ragazzo alle soglie della laurea a proposito del reddito di cittadinanza, mi ha risposto stupito: «Ma con quali soldi lo facciamo, se l’Italia ha tanti debiti?». Al che mi giro: «Ma tu non hai votato Cinquestelle?». «Sì, ma…». «Li hai votati così… tanto per simpatia». «Già (ride )».

In verità ci sarebbe poco da ridere, perché quello della competenza – nel votare come nel governare – è un dramma di questo Paese. Abbiamo il dovere di informarci prima di andare a votare, pensando che la Repubblica (la res pubblica, quindi di tutti) non coincide solo con i diritti basilari riconosciuti dallo Stato nei confronti dei cittadini, ma anche con i doveri che ogni cittadino ha nei confronti nello Stato, che non sono in primis solo doveri di ordine fiscale, anche se troppi furbi già non arrivano neanche a questi. No, ci sono doveri di rispetto delle prerogative pubbliche, che purtroppo gli stessi rappresentanti dello Stato (nella fattispecie i politici) disconoscono. Quando non li calpestano. Li calpestano quando corrompono o si fanno corrompere, non si assumono la responsabilità della carica che ricoprono (e per la quale sono pagati lautamente) non occupandosi dei problemi della nazione (e non solo di chi li ha votati), non presentandosi in Aula o presentandosi per un paio d’ore al mese o poco più (ce ne sono tanti di questi campioni tra i cosiddetti onorevoli…). E quei cittadini che fanno spallucce, che continuano a difendere a spada tratta la loro fazione e a criticare a prescindere sempre e comunque chi non la pensa come loro, non sono da meno. 

Ormai siamo a una politica delle fazioni, non del ragionamento né tanto meno del pensiero, vince il tweet acchiappaconsensi, la condivisione di pancia, il pensiero a breve. Non stiamo a menarcela più di tanto con i se e con i ma, basta con l’esercizio del dubbio e la valorizzazione del punto di vista dell’avversario, l’arte del compromesso è solo per i traditori del popolo. Ci sono ministri grillini e leghisti (ma anche alcuni dei precedenti governi non scherzavano) che non supererebbero le selezioni del personale in una media azienda di servizi, dotati come sembrano di un cervello unidirezionale. E la responsabilità di essere lì non è neanche loro, che sono saliti sul carro del vincitore che passava, bensì di chi li ha votati: per disperazione, per protesta, per rabbia, per simpatia… Tutte ragioni che, messe insieme, costituiscono di fatto una mortificazione della democrazia e della res pubblica. 

Qualcuno dice che per votare bisognerebbe superare un esame come quello per ottenere la patente. Sarà. Il grande Sandro Pertini sosteneva che la democrazia è un sistema imperfetto, ma che è il migliore che abbiamo. Probabilmente aveva ragione. Personalmente, sto con Cattelan, non perché è simpatico, ma perché ha detto una cosa sensata e perché in quello che fa ci mette passione e competenza. La stessa che mette Enrico Mentana nel fare il suo mestiere, e forse è proprio per questo che ormai non vota più da anni.

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Anno XIV n 7 luglio 2019
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