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Innanzitutto, vivere

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Lunedì, 02 Febbraio 2015

C’è chi, e non sono pochi, pensa che dalla lunga crisi economica che attanaglia l’Europa e da cui (beati loro) gli Usa si sono già chiamati fuori dopo averla sostanzialmente provocata, ci sia molto da imparare. Professionalmente e personalmente. Nel primo caso perché sono mutati i parametri valutativi per manager, imprenditori e lavoratori in generale (bisogna saper fare meglio con meno), nel secondo caso perché lo shock è tale per cui gli uomini e le donne che svolgono questi ruoli si trovano, di conseguenza, a riflettere e a rivedere il loro approccio alla vita e agli affetti, alle cose essenziali insomma. Il tutto con esiti in alcuni casi manifesti, in altri impercettibili, ma sempre significativi.

Quello che viene subito in mente è il caso dell’ex numero due dell’americana Pimco (società di gestione da 2 miliardi di dollari), Mohamed A. El-Erian, che lo scorso settembre ha mollato il suo ruolo dopo che la figlia di 11 anni gli ha presentato, come dire, quel conto che ogni padre o madre che lavora non vorrebbe mai vedere: un elenco dei 22 momenti importanti della sua vita in cui il top manager non c’era mai stato a causa del lavoro. La ragazzina, che dal genitore deve aver ereditato un’indubbia capacità persuasiva, gli ha ricordato così come il suddetto fosse latitante il suo primo giorno di scuola o durante le partite in cui giocava a calcio, come fosse assente quando doveva incontrare gli insegnanti o accompagnarla in giro per case ad Halloween. «Mi sono sentito orribile», ha commentato il diretto interessato, «ma ho cercato subito di mettermi sulle difensive adducendo spiegazioni importanti per ogni occasione in cui non c’ero stato: viaggi, riunioni cruciali, telefonate urgenti, ecc. ecc... Per quanto cercassi di razionalizzare, il problema era che la conciliazione del mio tempo in famiglia e sul lavoro non stava funzionando».

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La verità è che lo stravolgimento
in cui siamo immersi ci offre la preziosa
occasione per rivedere certi eccessi
e colmare diverse lacune

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Successivamente, il nostro è corso ai ripari, dimettendosi dall’incarico, forte degli oltre 230 milioni di dollari guadagnati solo nel 2013, dandosi alla consulenza e riducendo di fatto gli impegni per seguire meglio le esigenze dei suoi cari. E per i poveri mortali che non possono vantare saldi in banca a nove cifre e ville hollywoodiane placidamente adagiate sulle colline, esiste una via d’uscita dall’ansia da prestazione che incombe da quando i conti aziendali hanno cominciato a non quadrare più come prima e hanno visto decine di lavoratori costretti a lasciare il lavoro senza avere un’alternativa concreta?

«La paura di perdere il lavoro è tale», commentava un manager, «che ci fa ragionare in un’unica direzione, verso decisioni più sicure, quindi meno azzardate, certamente più rischiose e alla fine miopi per la stessa azienda. Mentre chi ci sta vicino vede allontanarci dall’approdo come una barca alla deriva». In poche parole, stiamo perdendo di vista la meta reale delle nostre esistenze. La verità è che lo stravolgimento in cui siamo immersi non è solo economico e sociale, ma impone una scrittura di nuovi paradigmi esistenziali, offrendoci la preziosa occasione per rivedere certi eccessi e colmare diverse lacune, che riguardano ognuno di noi come professionisti e come persone. Sarebbe da stupidi e da insensati, dopo aver pagato un prezzo tanto alto, lasciarsela sfuggire.

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Anno XII n 12 dicembre 2017
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