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In cerca di modelli

Torna a Discanto
Mercoledì, 08 Giugno 2016

È proprio vero: il futuro non è più quello di una volta. L’osservazione mi è venuta in mente assistendo poco tempo fa a una sessione di laurea in Economia in un noto ateneo lombardo. Di volta in volta i laureandi hanno parlato dei servizi bancari alle pmi, di export nei Paesi del Nord Africa e in Medio Oriente, di commercializzazione di prodotti di lusso, di made in Italy e di come il vino italiano stia vincendo sul mercato statunitense. Davanti alle speranzose aspettative di giovani e promettenti professionisti o di novelli manager e imprenditori, dalle cose che dicevano e da come le dicevano, ci si rendeva immediatamente conto che, purtroppo per loro, non avevano la benché minima percezione del fatto che quanto stavano esponendo avesse variegati intrecci e ramificazioni con il loro futuro. Era come se la scuola che avevano con profitto, viste le votazioni finali, frequentato avesse dato loro uno strumento sì valido, ma bidimensionale. C’erano le nozioni e l’intelligenza, mancavano i sogni, il volare alto, il desiderio e la tensione di uscire da lì e divorare il mondo.

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Vuoi mettere la differenza tra il conoscere gli aspetti tecnici dell’affermarsi di un’azienda, e l’osservare da vicino qual è la storia personale e umana che c’è dietro?

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E questo non perché i ventenni di oggi siano meno attrezzati di quelli di ieri, ma perché il contesto in cui sono immersi dà più volentieri spazio alle aspirazioni di piccolo cabotaggio, mentre per quelle di lunga gittata bisogna saper prendere bene, molto bene, la mira e poi… pregare. Tutto intorno la vita non plaude ai sognatori, anzi li manderebbe volentieri a dormire perché non disturbino il sonno altrui. Mentre i pochi che ce la fanno a rimanere svegli, si trasformano in visionari, quanto meno di successo, certamente di valore. Ebbene, se fossi un rettore, un direttore o un qualsiasi funzionario ministeriale o chiunque abbia la facoltà e il potere di farlo, nelle facoltà di Economia inserirei una materia tra le obbligatorie, con tanto di esercizi pratici, verifiche di laboratorio, esperienze sul campo e poi ovviamente una relativa prova orale, ed è lo studio dei business attraverso la conoscenza approfondita delle persone – imprenditori, manager, innovatori, creativi, progettisti e chi più ne ha più ne metta – che hanno contribuito a crearli. Vuoi mettere la differenza tra il conoscere gli aspetti tecnici nudi e crudi dell’affermarsi di un’azienda o di un settore, e l’osservare da vicino qual è la storia personale e umana che c’è dietro? Chi non ne trarrebbe un insegnamento, non solo per la propria professione, ma soprattutto per la propria vita? Di Steve Jobs si ammira non solo ciò che ha fatto, ma anche come, quando e perché l’ha fatto, e ispirato da quali ambizioni di uomo e influenzato da quali limiti caratteriali e personali. Lo stesso si può dire di un certo Michele Ferrero o di un Adriano Olivetti. E la lista potrebbe continuare a oltranza. Nel primo secolo dopo Cristo, Sant’Ignazio di Antiochia sosteneva che «si educa molto con quello che si dice, ancor più con quel che si fa, molto più con quel che si è», eppure sono passati poco più di 1900 anni e ci manca ancora la capacità di saperci far ispirare.

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LA RIVISTA
Anno XII n 12 dicembre 2017
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