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In cerca del talento perduto

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Mercoledì, 03 Agosto 2016

L'Italia è un Paese di talenti, è un’attitudine che ci viene unanimemente riconosciuta, ma così come li produciamo li distruggiamo, li mettiamo nella condizione di non far bene, li castriamo insomma. E il dato è contenuto, nella sua sconcertante spietatezza, nell’Human Capital Index 2016 , di recente pubblicato dal World Economic Forum, che regala (si fa per dire) al Belpaese l’assai poco lodevole 34esima posizione su 130 nazioni per investimenti in capitale umano. Mangiamo la polvere dietro la top ten che include Finlandia, Norvegia, Svizzera, Giappone, Svezia, Nuova Zelanda, Danimarca, Olanda, Canada e Belgio; e prima di noi ci sono anche Germania (11° posto), Francia (17°), Uk (19°) e Usa (24°). Meglio fanno pure Ungheria, Cipro, Lituania, Ucraina, Slovenia e Polonia, tanto per citare i più inaspettati. Peggio di noi – e la cosa non può consolarci – sono messi (in Occidente) solo Portogallo, Spagna e Grecia, e a seguire un mix di Paesi arabi, africani e sudamericani. Le cause, secondo i ricercatori, andrebbero ricercate nel basso tasso di lavoro giovanile (123° posto) e nell’alto tasso di disoccupazione giovanile (122°) per la fascia d’età 15-24 anni, mentre le performance migliorano per quanto riguarda i tassi di iscrizione secondaria e di abbandono dell’istruzione di base. Buone le skill dei laureati, ma siamo scarsi, molto scarsi (119° posto), per quanto riguarda la qualità della formazione fornita dalle aziende ai propri dipendenti. Insomma, saremmo moderatamente in grado di dare una preparazione ai nostri giovani, in alcuni casi siamo anche capaci di selezionare i più bravi, ma quando entrano a far parte dell’organico di un’impresa li parcheggiamo, non li facciamo crescere, li cristallizziamo in un ruolo e in una mansione e con loro si immobilizzano le opportunità competitive delle società in cui lavorano.

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Siamo in fondo alla lista

non perché non sapremmo fare

di meglio, ma solo perché

non vogliamo fare di meglio

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Per dire, facciamo esattamente come il terzo servo della parabola dei talenti, contenuta nel Vangelo di Matteo . Ricordate? Il primo servo, a cui il padrone aveva dato i cinque talenti, li impiegò guadagnandone altri cinque, lo stesso fece quello a cui ne aveva affidati due, mentre l’ultimo che aveva ricevuto un solo talento, per paura di perderlo e di essere punito, lo aveva nascosto sottoterra non facendolo fruttare. Al che, al suo ritorno, il padrone lo punì severamente e ordinò che il suo infruttuoso talento fosse dato a chi ne aveva prodotti dieci: «Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». Coniando, ovviamente in modo indiretto (non vogliamo essere blasfemi…), una regola anche economica: chi mette in circolo il talento, chi non lo nasconde sottoterra, ma crea le condizioni perché funga da energia motrice all’interno di un sistema, la creatività, la capacità di intraprendere e di fare, la passione, la voglia di mettersi in gioco e di rischiare diventano un carburante di gran lunga più prezioso di qualsiasi inerte materia prima. Come soleva ripetere Billy Sunday, celebre giocatore di baseball americano poi diventato un ascoltato pastore evangelico, «molti uomini falliscono più per mancanza di propositi che per mancanza di talento», lo stesso può dirsi dell’Italia. Siamo un Paese in difficoltà non perché latitino i talenti, e neanche perché non sapremmo cosa fare per produrne, ma soprattutto perché non perseguiamo i nostri propositi di valorizzare le nostre capacità nel tempo, tenacemente e pervicacemente. Siamo in fondo alla lista non perché non sapremmo fare di meglio, ma solo perché non vogliamo fare di meglio.

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Anno XII n 12 dicembre 2017
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