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Il mondo salvato dalle imprese

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Mercoledì, 05 Marzo 2014

L’impresa? È materia da filosofi. Non sfugga il senso di tale affermazione, ma – inevitabilmente – in un tempo in cui le aziende si dannano e si corrompono, oppure si salvano; in un tempo in cui solo le organizzazioni economiche che si concedono una dimensione sociale hanno una ragione d’esistere che travalica la loro sussistenza per giustificare la loro esistenza, i filosofi possono aiutare chi fa impresa a capire come quella che si vive alla guida di un’azienda costituisca ormai una condizione esistenziale. Addirittura “vocazione” si è spinto a definirla il filosofo cattolico Michael Novak lo scorso mese, durante una lezione alla Scuola di business ed economia della Catholic University of America di Washington. A dire il vero a precederlo di recente c’era stato anche papa Francesco che aveva sentenziato nell’Evangelii Gaudium come «la vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita». Ovvero, sempre che dia un senso più alto a quello che fa, che in quanto fa – per dircela tutta – ci metta anche l’anima. Non a caso l’autore de Lo spirito del capitalismo democratico si spinge a spiegare alla platea di futuri imprenditori della più grande potenza economica mondiale che «nel cammino verso una maggiore equità sociale l’impresa riveste un ruolo strategico e la vocazione all’impresa rappresenta la principale speranza di riscatto per quel miliardo di esseri umani che ancora oggi vivono in condizioni di povertà».

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«La vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita»

Papa Francesco

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Senza posti di lavoro che diano loro più dei due miseri dollari con cui sono costretti a vivere ogni giorno, i poveri non avranno chance. Non a caso sottolinea come la povertà potrà essere sconfitta quando nel mondo sorgeranno altri 200 milioni di piccole imprese. E, a supporto del fatto che si tratta di un modello economico possibile, il relatore porta ad esempio proprio l’Italia, dove l’80% della popolazione attiva lavora in piccole imprese (il 50% negli Usa). Tuttavia, affinché tale miracolo si compia occorrerà che si realizzino delle condizioni indispensabili: «possibilità di fondare nuove imprese con facilità e a basso costo; accesso al credito; enti capaci di fornire formazione e appoggio tecnico (come le Camere di commercio); assistenza continua da parte di istituzioni di ricerca e sviluppo; e infine – a livello dell’intera popolazione – la valorizzazione della creatività, capacità imprenditoriale e abilità specifiche, quali la gestione aziendale e l’organizzazione del lavoro». Insomma, Novak espone una ricetta semplice, a tratti scontata, ma pone una questione di vitale importanza sintetizzando gli elementi che potrebbero portare le popolazioni povere fuori dalla miseria, ma anche quelle prostrate dalla crisi occidentale a compensare i macroscopici tassi di disoccupazione attuali. «Per avviare la crescita economica», aggiunge, «è necessario invogliare centinaia di migliaia di uomini e donne, incoraggiandoli a guardarsi intorno per intercettare le esigenze economiche dei loro Paesi», in quanto «non esiste altro mezzo per aiutare i poveri a uscire dalla miseria, se non le opportunità che offre l’impresa». Ecco perché, conclude, «è saggia quella società che sa ricompensare generosamente coloro che si adoperano per il bene comune». Qualcuno è disposto a dargli torto?

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Anno XII n 12 dicembre 2017
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