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I magnifici quattro docent

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Giovedì, 07 Gennaio 2016

La notizia è che quattro griffe, nell’ordine Chanel, Tiffany, Hermès e Rolex, sbancano in Italia. Non solo crescono negli anni, malgrado la crisi, ma raddoppiano. Basti pensare che nella Penisola Rolex è passata dai 209 milioni di euro di fatturato del 2007 ai 402 del 2014, aumentando solo negli ultimi due anni di oltre il 6%. Mentre Hermès si è accontentata del 16%, Tiffany di quasi il 9 e Chanel del 5. Come dire: hanno di che stare allegre, insomma.

Ma al di là della storica notorietà del brand su cui possono abbondantemente contare, come si sono mosse queste aziende – due francesi, una newyorkese e una svizzera – per raggiungere risultati simili in un ambito, quello delle eccellenze, in cui le aziende italiane godono di indubbia fama planetaria? Cosa possono copiare queste ultime e cosa possono fare quelle operanti in settori limitrofi o assimilabili per duplicarne il successo?

Volendo tracciare una sintesi dell’analisi di settore stilata dalla società Pambianco, si può dire che alle loro performance abbiano contribuito diverse concause: una politica orientata al lungo periodo, la produzione di oggetti di alto valore destinati a un target a elevata disponibilità economica, l’appeal nei confronti dei turisti stranieri, una crescita dei consumi anche locali soprattutto sul fronte cosmesi. Volendo traslare tutto ciò sul fronte delle aziende tricolori, che hanno storie diverse ma aspirano agli stessi mercati, si potrebbero sostanzialmente individuare quattro punti di contatto.

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La quantità della produzione è un falso problema

se la qualità rimane a livelli mediocri

o foss’anche medi

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Il primo – ed è l’esempio di Rolex – è che bisogna smetterla di ragionare con i tempi di rendimento a cui ci ha abituati la finanza speculativa, e tornare alle logiche in cui un’azienda e il suo brand venivano coltivati nel tempo. Il secondo, che si potrebbe mutuare da Chanel, è che oggi più che mai l’immagine e tutto ciò che le ruota attorno sono parte integrante del prodotto, che (e siamo al terzo punto), come insegna Hermès, deve poter contare su un posizionamento coerente e chiaro. Il quarto e ultimo punto, quello ispirato da Tiffany, è che l’elevata componente qualitativa ed economica del prodotto, la possibilità di essere “tramandato” alle generazioni successive possono farne un’icona dei tempi moderni.

Ovviamente in tutte e quattro le griffe in esame sono ravvisabili i quattro elementi individuati, ma non bisogna essere un marchio extralusso per presentarli. Basta prendere un prodotto di successo qualsiasi, vedi la piccola 500 Fiat, tanto per giocare in casa, per rendersene conto. Perché nell’epoca del made in China di massa, la qualità è la conditio sine qua non per poter aspirare a competere. Oggi non basta solo ragionare su come aumentare la produttività di un’impresa, ma occorre utilizzare le risorse soprattutto per aumentare la qualità: la quantità è un falso problema se la qualità rimane a livelli mediocri o foss’anche medi. In tal senso, esiste un preziosissima lezione che le eccellenze italiane danno finanche alle sciccose cugine francesi, sarebbe giusto il tempo che tali insegnamenti da artigianali si trasformassero in industriali.

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Anno XII n 12 dicembre 2017
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