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I Mondiali dell’economia

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Mercoledì, 30 Luglio 2014

Sbollita la sbornia calcistica del Mondiale, che a noi italiani ha regalato tanti dolori e sparute gioie, una considerazione è d’obbligo. Se non altro per osservare come la competizione abbia alla fine fotografato involontariamente la realtà degli equilibri economici globali. Fuori indecorosamente Italia e Spagna, ottime prestazioni per Usa e Svizzera, in semifinale Olanda e Brasile, in finale Argentina e Germania.
Il fatto che la terra dei tulipani con la sua tripla A si inserisca di diritto nel club delle nazioni europee forti insieme a Germania e Austria, è risaputo. Come lo è la decelerazione subita dalla rincorsa economica del Paese organizzatore della manifestazione, il quale ha smarrito la spinta propulsiva di pochissimi anni fa: non più capofila dei Brics, ma un territorio in sofferenza. Soprattutto sociale. Seppur molte delle sue potenzialità rimangano ancora inespresse, e l’import del lusso tenga ancora il ritmo. L’unica nota fortemente stonata del quartetto risulta l’Argentina di Cristina Kirchner, alle prese con un pericoloso rischio default a causa del pasticcio edge fund per un debito pari a 120 miliardi di dollari. Ma, per ogni buona regola che si rispetti, c’è sempre un’eccezione uguale e contraria… E la nazione natale di Lionel Messi la incarna appieno. E poi c’è la star assoluta dell’evento, la squadra vincitrice della competizione nonché il Paese che domina l’economia europea confrontandosi alla pari con le economie degli Stati continentali (Usa e Cina in primis), la Germania.
Perché la squadra tedesca ha vinto la Coppa del Mondo? I commentatori hanno cercato di dare ognuno una spiegazione: la giovane età media dei calciatori, la costanza nelle prestazioni, la capacità di programmazione, la coesione del gruppo contrapposta alla squadra costruita intorno a un unico giocatore di stampo argentino o al dinamismo spuntato espresso dalla Seleçao, c’è chi ha pure aggiunto che la formazione ha saputo farsi forte degli innesti multietnici tipici della popolazione del Paese.

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La squadra di Joachim Löw è la plastica raffigurazione di un Paese che ha saputo meglio di noi reagire alla crisi

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La verità è che si potrebbero elencare decine di altre motivazioni, tutte dignitose e con un variabile margine di credibilità. Da ultima, ma non per ultima, che la squadra di Joachim Löw sia la plastica raffigurazione di un Paese che ha saputo meglio di noi reagire alla crisi degli ultimi sei anni: nel 2008 aveva gli stessi indicatori dell’Italia relativamente a produzione, credito ed export, mentre d’allora in poi – secondo una recente analisi del Centro studi di Confindustria – si è ampliato il divario nella produzione manifatturiera, anche nella costruzione di macchinari e apparecchiature meccaniche in cui le aziende tricolori erano sempre state leader, mentre la rigidità del credito alle nostre imprese ha creato insostenibili disparità competitive, così come i bassi indici di produttività (dovuti agli investimenti in innovazione mai partiti) hanno reso il nostro costo del lavoro proibitivo oltre che squilibrato. Tiene solo l’export made in Italy, ma probabilmente perché dipende da disposizioni e disponibilità di mercato d’oltreconfine. Quindi, a guardare bene i limiti strutturali della nostra economia sono sovrapponibili, metaforicamente, anche a quelli mostrati dagli Azzurri brasiliani: incostanza, insufficiente o nulla programmazione, individualismo spinto sommato a carente spirito di squadra, scarso impegno dei solisti, scontri generazionali, poca disposizione ad assumersi le proprie responsabilità. È per questo che non siamo riusciti a superare neanche la prima fase dei Mondiali, mentre la squadra tedesca ha saputo per certi versi portare in campo il know how nazionale. Mai vittoria fu più meritata e tempestiva, perché la quarta Coppa del mondo della sua storia arriva per la prima volta a una Germania finalmente unita in seguito a un processo di unificazione che è costato al Paese lacrime e sangue.

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Anno XII n 12 dicembre 2017
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