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Emergenza Innovazione

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Lunedì, 27 Gennaio 2014

Non sarà sfuggita ai più la recente classifica di Forbes delle aziende più innovative del pianeta. Nella top ten appaiono ben sei società statunitensi: le Ict company Salesforce.com e VMware, le farmaceutiche Alexion e Regeneron, Intuitive Surgical (robot chirurgici) e l’immancabile Amazon. Mentre le rimanenti quattro sono, in ordine di comparizione, l’inglese Arm (microprocessori per telefonia cellulare), il motore di ricerca made in China Baidu, l’Amazon giapponese Rakuten, e la brasiliana Natura Cosmeticos (una sorta di Avon sudamericana). Sulle cento prese in considerazione dal World’s Most Innovative Companies ben 36 sono europee: sette francesi, cinque rispettivamente per Uk e Germania, quattro le svizzere, tre ciascuna per Danimarca, Olanda e Svezia, mentre un’azienda a testa vantano Portogallo, Spagna, Finlandia, Irlanda, Lussemburgo e Belgio. Nessuna italiana…
Fermo restando che le classifiche lasciano il tempo che trovano (se una bellezza di un qualsivoglia Paese non vince da anni Miss Universo, non vuol dire che il suddetto sia una nazione di racchie…), tuttavia certe graduatorie sono degli indicatori. Perché c’è qualcosa che non va in un territorio che si fregia di appartenere al club delle otto potenze mondiali, ma che al contempo non riesce a esprimere uno straccio di azienda innovativa. Certo in Italia ce ne sono diverse, ma non abbastanza da reggere il confronto, visto che la nostra innovazione più apprezzata a livello internazionale è piuttosto la creatività, per di più esercitata in settori tradizionali, quasi artigianali, quali la moda e il design, cioè beni di consumo di lusso.

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In Italia le aziende non sono incoraggiate a fare ricerca: la detassazione è insufficiente e le norme per i finanziamenti inadeguate

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Ovviamente l’innovazione è (o dovrebbe essere) una prerogativa di ogni azienda, di qualsiasi natura e dimensione, perché s’innova non solo sul prodotto finale, ma anche sui processi per rendere quest’ultimo oltre che più funzionale più competitivo. In breve, volendo, i margini per innovare non mancano. Solo che in Italia le aziende – crisi economica a parte – non sono incoraggiate a farlo, oltre per il fatto che la detassazione in Ricerca&sviluppo (per non parlare dell’annosa questione degli utili reinvestiti…) è inadeguata, anche perché le disposizioni legislative per poter accedere ai finanziamenti pubblici in tal senso rispondono a logiche inconciliabili con l’iter naturale di ogni buona e sana innovazione. Alcuni esempi? La legge Fornero impedisce di fatto adeguate forme di ingaggio a tempo per ricercatori ad alto valore aggiunto e meritevoli di commisurati compensi; i tempi biblici per l’assegnazione dei fondi; l’impossibilità di dimostrare tangibilmente la necessità di una spesa, che alla fine può per di più rivelarsi errata (per innovare di deve prima di tutto sbagliare); la farraginosità dell’impianto burocratico data alla prassi nel suo insieme. Insomma, alla fine vien da chiedersi quante delle aziende della top ten Forbes sarebbero sopravvissute se fossero nate in Italia. In considerazione anche del fatto che oltre a farle nascere e crescere, le innovazioni vanno difese. E, se si dà un’occhiata al recente International Property Right Index, l’Italia si piazza al 47esimo posto nella tutela dei diritti di proprietà d’impresa: peggio di noi fanno solo alcune nazioni del Sudamerica e dell’Est europeo…

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