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E ora tocca al lavoro (produttivo)

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Venerdì, 04 Dicembre 2015

Si infittiscono i segnali positivi (seppur ancora timidi) sull’andamento dell’economia tricolore. Serpeggia maggior ottimismo tra i consumatori, cresce il numero delle assunzioni a tempo indeterminato. Eppure non basta un Jobs Act a fare primavera e a spiegare cos’è oggi il mondo del lavoro, perché a guardare le statistiche realizzate a livello nazionale e internazionale da vari istituti di ricerca, la situazione è ancora in allarme rosso. Oltre che su un dato meramente quantitativo, anche sul fronte qualitativo.

Nel senso che, seppur l’occupazione cresca, non è ancora abbastanza. Per poi scoprire – si fa per dire, perché nel Paese reale ci si è accorti da tempo di una simile disparità – che lo stipendio medio in Italia si aggira intorno ai 1.550 euro, secondo la recente ricerca Jp Salary Outlook 2015 . Con buona pace dei consumi… In base a questa statistica, siamo al nono posto, alle spalle – nell’ordine – di Lussemburgo, Olanda, Belgio, Germania, Finlandia, Austria, Francia e Irlanda: ben 24 mila euro annui, separano i nostri circa 29 mila dai 53 mila della capolista. A conti fatti, quindi, i colleghi lussemburghesi guadagnano quasi il doppio di noi.

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Non è solo importante che si produca tanto in tanti, ma che lo si faccia bene in molti

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Una performance francamente sconsolante, da perderci la testa, soprattutto se si va a vedere invece il costo del lavoro nel nostro Paese, perché a questo punto scaliamo rapidamente ogni classifica. Ciò per dire che tra quanto versato dal datore di lavoro e quanto realmente percepito dal dipendente rimane ancora un gap esageratamente elevato. Per il Labour Costs Index 2015 , infatti, siamo al primo posto tra i Paesi europei meno attraenti relativamente alla competitività del costo del lavoro, secondo una valutazione combinata di costi salariali, rapporto tra gli oneri vari per le aziende e stipendio e produttività.

Ecco spuntare, seppur alla fine, la parolina magica: produttività. Perché non è solo importante che si produca tanto in tanti, ma che lo si faccia bene in molti: in termini di qualità del lavoro espresso e di prodotto realizzato. Già perché in base ai dati Eurostat nell’ultimo decennio siamo rimasti inchiodati al palo, mentre il rapporto tra produzione e qualità di lavoro unita ai costi negli altri Paesi è andato migliorando, grazie all’ottimizzazione di almeno uno di questi elementi. C’è chi ha lavorato sul fronte del proprio background tecnologico, chi su quello formativo della propria forza lavoro (dalle scuole professionali alle università), chi sul fronte del supporto (fiscale ma non solo) alle imprese. E noi? Abbiamo fatto qualcosa, ma non a sufficienza. Molto deve ancora essere fatto, perché va bene rimettersi in piedi (ancora con enorme fatica), ma il Paese deve cominciare a correre se vuole tornare in gara.

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Anno XII n 12 dicembre 2017
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