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Ceo, il troppo stroppia

Torna a Discanto
Martedì, 13 Luglio 2021

C’è qualcosa che non torna. Il sistema ha un inghippo, una rotella fuori posto se – come ha fatto rilevare il Wall Street Journal – nel 2020 la retribuzione media dei Ceo di S&P 500, ai vertici quindi di grandi aziende ha raggiunto i 13,4 milioni di dollari (+5%), segnando il quinto record annuale consecutivo. Questo perché avrebbero fatto crescere dell’8% i rendimenti dei loro azionisti.

Per intenderci, Il fondatore di Paycom Software Inc. Chad Richison, è stato il Ceo più pagato grazie a un pacchetto retributivo valutato oltre 200 milioni di dollari, altri sette suoi colleghi hanno ricevuto compensi per un valore di oltre 50 milioni di dollari, rispetto a due nel 2019 e tre nel 2018. Certo, la spiegazione data da alcune aziende è soprattutto nell’aumento di valore delle sovvenzioni azionarie previste come compenso; detto questo, l’abnormità del fenomeno è evidente: soprattutto se si considera che tali record vengono raggiunti in un periodo di pandemia globale, quando il mercato del lavoro è in profonda sofferenza e gli Stati hanno dovuto indebitarsi.

Ci sono stati poi i casi limite o, per meglio dire, “simbolici”: con il cofondatore di Twitter Inc., Jack Dorsey, che in un anno ha portato a casa 1,40 dollari e Steven Kean, proprietario del gasdotto Kinder Morgan Inc., che ha guadagnato un dollaro, mentre il meno pagato è stato – udite, udite – il solito Elon Musk, che ha riportato zero retribuzioni, a fronte tuttavia di opzioni su azioni per un valore di 32 miliardi di dollari grazie al suo storico pacchetto azionario. Certo, le società che più hanno pagato operano in campo sanitario e tecnologico, ovvero in quelli che più hanno guadagnato a causa della pandemia, e quelle che hanno ritoccato verso il basso i compensi sono attive in settori toccati dai lockdown, ma il problema rimane. Perché – e questo è un quesito che si ripresenta spesso – che economia è quella in cui chi dirige un’azienda guadagna in un anno più di quanto un suo dipendente guadagnerà in tutta la sua vita?

Un simile dislivello risponde senz’altro a ragioni economiche: se un manager fa guadagnare tanto un’azienda, allora è giusto che venga ricompensato; il che è sacrosanto, ma fino a quanto la portata di tale “ricompensa” è eticamente accettabile? Qual è il limite che separa un giusto compenso da una prevaricazione speculativa? In un periodo in cui sono morte e continuano a morire centinaia di migliaia di persone, e altre hanno perso il lavoro, in cui migliaia di aziende sono state costrette a portare i libri in tribunale, continuare a sentire che una parte dell’umanità – già oltremodo ricca – ha continuato ad arricchirsi mentre prima anche chi viveva con dignità è dovuto ricorrere alle mense pubbliche e all’assistenza umanitaria, costituisce un affronto a ogni logica.

Se si è veramente convinti del fatto che nulla potrà essere più come prima, anche certi meccanismi dovranno cambiare. Perché se l’economia oltre a essere una scienza si renderà una volta per tutte conto anche di fare cultura, dovrà assumersi definitivamente la responsabilità di questo suo ruolo. Alla cui base c’è senz’altro l’imperativo a riconoscere e ricompensare il talento, la tenacia e il duro lavoro, ma dall’altra c’è anche il riconoscimento che ogni talento, per quanto capace e tenace, da solo non potrebbe nulla. Forse la nuova normalità di cui tanto si chiacchera, dovrà fondarsi anche sul fatto che, come dice Michael Jordan, «il talento ti fa vincere una partita. L’intelligenza e il lavoro di squadra ti fanno vincere un campionato». E il campionato della post-pandemia è solo agli inizi.

Foto in primo piano: Photo created by Racool_studio

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Anno XVI n 9 settembre 2021
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