La fine del "positivismo" manageriale
C’è, tra i tanti segnali che raccolgo quotidianamente attraverso il mio lavoro di executive search, uno che ritengo molto significativo. Mi riferisco alla percentuale di coloro che, trovandosi in una situazione di discontinuità professionale, in modo spontaneo e non sollecitato si premurano di sottolineare la loro disponibilità a considerare progetti di rientro nel mondo del lavoro che prevedano retribuzioni significativamente più basse rispetto a quelle maturate nell’ultimo impiego. Oppure, in maniera simile, attraverso forme contrattuali atipiche o flessibili tutte ovviamente legate a un orizzonte temporale limitato. O ancora, soprattutto per alcuni manager molto senior, la disponibilità a considerare ruoli di ampiezza inferiore o collocazione organizzativa meno elevata. Insomma pronti a tutto “pur di rientrare”.
Tutti questi segnali, presi nel loro complesso, vanno secondo me interpretati quali sintomi di un cambiamento epocale che sta ormai irrimediabilmente avvenendo, che potremmo definire appunto fine del “positivismo” manageriale. Vale a dire di quella convinzione, tanto poco dichiarata quanto tacitamente e unanimemente diffusa, che il destino inevitabile del nostro sistema economico, delle nostre imprese e delle nostre carriere fosse quello di una crescita continua. Diversa a seconda dei momenti di mercato e dei settori, ma in ultima analisi e sul lungo termine, in crescita. Un po’ come per i titoli in borsa di cui era diventato luogo comune commentare che, a dispetto di difficoltà passeggere, nel lungo termine avrebbero sempre guadagnato. Con qualche momento di flessione, qualche (inizialmente più raro, poi sempre più frequente) incidente di percorso, ma orientati verso l’alto, verso limiti che, come l’orizzonte, si spostavano ogni volta un po’ più in là.
Le due crisi ravvicinate che hanno scosso il mercato del lavoro in Europa a distanza di un paio d’anni (prima eravamo abituati a viverne una ogni dieci) hanno probabilmente accelerato una presa di consapevolezza collettiva che l’onda lunga dello sviluppo del nostro sistema, avviatasi negli anni ‘60, si stia irrimediabilmente affievolendo, e che il pendolo della storia sta spostando altrove il proprio centro gravitazionale.
Tutto ciò in un momento in cui, sempre la storia, ci presenta il conto della leggerezza di decenni e scopriamo che tutti dovremo lavorare molto più a lungo. Nuovi paradigmi devono dunque iniziare ad alimentare la nostra concezione del lavoro e, conseguentemente, della carriera o di quanto ad essa correlato, in termini di stile di vita, welfare, status e via discorrendo. Come ogni crisi, credo però che questa (proprio perché più profonda) rappresenti più di altre una grande opportunità per tutti di ripensare al lavoro, ripartendo questa volta dalle fondamenta, vale a dire dalla concezione di sé e della propria vita.
