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Avere un figlio costa il 35% dello stipendio. E forse la carriera visti i danni in prospettiva sulla pensione. A fare i conti è il Rapporto annuale Inps 2017 che ha stimato in 35% la perdita salariale delle donne a 24 mesi dalla nascita di un figlio. Sul dato pesa il numero di mamme che non rientrano al lavoro dopo il congedo: un fenomeno in aumento che riguarda ormai un quarto delle neomamme.

UN FIGLIO COSTA IL 35 PER CENTO DELLO STIPENDIO

La conciliazione degli impegni, la mancanza di aiuto e di servizi per l'infanzia, le difficoltà che si riscontrano al rientro in ufficio sono le cause principali della scelta di lasciare il posto di lavoro. Oltre ai mancati rinnovi di contratti precari o determinati, ovviamente. Al netto delle uscite, l’Inps stima il costo di un figlio in una perdita del 10% rispetto al salario pre-maternità, che si trascina anche negli anni successivi. Tanto che le neomadri, anche se partite in vantaggio su altre donne (10% in più), alla fine si trovano a guadagnare meno delle occupate senza figli. Anche perché nella maggior parte dei casi chi decide di avere un figlio lo fa potendo contare su un contratto a tempo indeterminato, e questo sposta in avanti l'età media del primo parto.

A dare una mano è stato il "bonus infanzia": 600 euro mensili per pagare un nido o una babysitter in cambio della rinuncia a tutto o parte il congedo genitoriale. Chi ha potuto fruire del bonus è tornata prima al lavoro, contenendo quindi la decurtazione di salario (che è il 30% durante il congedo), ma poi si è trovata nella stessa situazione di chi aveva usufruito a pieno del congedo. E i padri? Non stanno molto meglio. Per scelta o costrizione, appena 72 mila neopapà hanno usufruito del congedo obbligatorio di paternità su 230 mila nascite "nel settore privato".

WELFARE PER LE MAMME

Ma c'è anche chi si oppone a questo fenomeno, in particolare tra le grandi aziende che prevedono sempre di più programmi di welfare dedicati ai neogenitori. Il Gruppo Pirelli, per esempio, ha stretto una partnership con un asilo nido che viene pagato per metà dall'azienda. Mediaset ha il suo asilo nido, così come alcune grandi banche (Bnl, Intesa Sanpaolo, Mediolanum) e anche l'Università Milano Bicocca. Vista l'alta presenza femminile, il 77% delle imprese farmaceutiche ha programmi di welfare al femminile, il 44% nell'industria.
In altri casi, ci si affida a società specializzate che offrono pacchetti già pronti per la gestione integrata della maternitò e il reinserimento delle mamme lavoratrici. Come Intoo (società di Gi Group), che offre anche un coach alle donnne alle prese con la sfida della maternità e del rientro al lavoro.