Giorgio Squinzi © Getty Images

Giorgio Squinzi

Il premier Matteo Renzi a Che tempo che fa (guarda il video) era stato chiaro: “ascoltiamo Confindustria, ascoltiamo i sindacati, ma cosa dobbiamo fare lo sappiamo”. Niente “derby”, quindi: non ci sarà un’associazione che verrà ascoltata più di altre, che riuscirà a imporsi sull’altra. Deciderà il governo quanto destinare di quei 10 miliardi di eruo annunciati per l’abbassamento dell’Irap (imprese) o dell’Irpef (lavoratori). Ma alla vigilia del Consiglio dei ministri decisivo, sindacati e Confindustria premono sull’esecutivo. Dopo le dichiarazioni del leader Cgil, Susanna Camusso (“Se non si ascoltano i lavoratori, pronti alla mobilitazione”) è intervenuto il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi che, attraverso una lettera al Corriere della Sera, è stato chiaro: “Sarebbe interessante chiedere agli italiani se vogliono un lavoro o qualche decina di euro in più in tasca”. Secondo il leader degli industriali, quindi, la misura ideale sarebbe ridurre il cuneo fiscale pagato dalle aziende. Per un miglioramento della competitività delle imprese e per aiutare l’occupazione. Ecco un estratto della lettera, che potete leggere integralmente sul Corriere della Sera di martedì 11 marzo o sul sito Corriere.it :

“(…) Da tempo diciamo che occorre intervenire in maniera seria sul cuneo fiscale, perché quello è il fattore che più ci penalizza rispetto alle economie avanzate. Più di 35 punti di svantaggio competitivo rispetto alla Germania sono un abisso che non possiamo pensare di colmare facendo leva sempre sulla nostra creatività e fantasia. Un miglioramento di competitività di costo si tradurrebbe immediatamente in effetti positivi sia sull’occupazione, sia sulla competitività d’impresa. È strutturale, agisce in profondità. Non si tratta di una misura fatta per gli imprenditori: non siamo iscritti al club Irap o Irpef. Siamo da tempo convinti che la questione chiave è la riduzione del cuneo pagato dalle aziende (…). La riduzione del costo del lavoro agirebbe in favore degli occupati e di chi un lavoro purtroppo oggi non ce l’ha, ma lo avrebbe se il suo costo gravasse meno sul bilancio delle imprese. Sarebbe interessante chiedere agli italiani se vogliono un lavoro o qualche decina di euro in più in tasca. Sarebbe interessante stimare quante delle crisi industriali che stiamo affrontando sono crisi generate da costi eccessivi.
(…) Sul lavoro non cediamo alla tentazione di introdurre nuove forme contrattuali aggiuntive. Rendiamo più chiare, semplici e flessibili quelle esistenti, all’ingresso come all’uscita dell’occupazione. Togliamo i pesi e le complicazioni inutili della riforma Fornero e avremo più lavoro.
(…) Abbiamo perso decine di migliaia di imprese, milioni di posti di lavoro, un quarto della produzione industriale. Numeri da brivido. Occorrono poche scelte chiare, decise e dritte all’obiettivo. Il lavoro deve costare come negli altri Paesi, quindi molto meno. Le regole devono essere semplici come quelle della migliore Europa. Bisogna pagare ciò che si acquista. Non è un regalo o un incentivo. È dovuto. Il Paese si è retto in questi durissimi anni sulle spalle di chi è andato a cercarsi per il mondo nuovi mercati. Abbiamo bisogno di una scossa forte che ci dia fiducia per continuare. Alla politica il difficile compito di scegliere. Un cosa però deve essere chiara: senza impresa non c’è crescita, non c’è lavoro, non c’è Italia.