Mancanza di una normativa adeguata – telelavoro a parte – e una resistenza culturale di molte organizzazioni aziendali. Sono questi i due grandi ostacoli che impediscono allo smart working di affermarsi realmente in Italia. Secondo una recente indagine condotta da Willis Towers Watson, il nostro Paese rimane ancora indietro nelle applicazioni di strategie di lavoro agile. Su 100 aziende di medie e grandi dimensioni prese in esame – per un totale di 100 mila dipendenti – il 54% ritiene di applicare strategie di smart working; tuttavia, se si vanno ad analizzare le iniziative concretamente messe in campo, quelle realmente strutturate e pienamente compatibili con la normativa in vigore sono appena il 14%.

IMPEGNO IN CINQUE ANNI. Il 53% delle imprese intervistate prevede di implementare politiche di smart working tra la fine del 2016 e il 2020. Le principali iniziative individuate sono: flessibilità di orario lavorativo (22%), flessibilità di sede di lavoro (24%) e flessibilità di orario e sede di lavoro (49%).

I TIMORI DELLE AZIENDE. Le criticità maggiormente riscontrate da chi ha adottato queste politiche sono legate alla gestione dell'attività lavorativa, al timore legato alle coperture assicurative e alle difficoltà di monitorare in maniera efficace il lavoro svolto. Le aziende che non hanno adottato politiche di questo tipo dichiarano di non averlo fatto per criticità legate alla gestione lavorativa (necessità di relazionarsi de visu), per incompatibilità dell'attività lavorativa della maggioranza delle risorse e difficoltà di monitoraggio dei risultati.

SMART WORKING, MA NON PER TUTTI. In ogni caso, il 30% prevede di adottare qualche forma di lavoro agile entro fine anno. Poi c'è un altro 23% di intervistati che prevede di adottare la misura entro il 2020, con il restante 14% dei direttori del personale che si dichiara non interessato a questa opzione. L’indagine, inoltre, mostra che spesso l’iniziativa è dedicata solo a una parte dei dipendenti. I criteri utilizzati per identificarli sono: il ruolo organizzativo (31%), funzione/divisione di appartenenza (23%), inquadramento (17%) e anzianità aziendale (6%).