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Lo smart working non sarà regolato per legge. Per fortuna. «È meglio nessuna legge che una cattiva legge», scrive l'ex ministro Maurizio Sacconi, presidente della commissione Lavoro al Senato, all'Associazione amici di Marco Biagi. «In particolare, il lavoro agile non può dipendere da un contratto collettivo e, in assenza di esso, essere impraticabile. Giorno dopo giorno le tecnologie digitali cambiano i lavori e sarebbe paradossale ogni inibizione al cambiamento. Questa buona regola va applicata al ddl sul lavoro autonomo e agile, già approvato dal Senato ed ora all'esame della Camera». Accogliamo con un plauso un momento di lucidità della nostra politica, mentre il governo continua a riflettere sul futuro dei voucher, tanto dannosi da essere utilizzati persino dalla Cgil (qui una breve storia).

La partita è importante, perché c'è di mezzo il futuro di tanti lavoratori italiani. Secondo le stime di Federmanager, se l'Italia si allineasse alla media europea in quanto a telelavoro riuscirebbe a risparmiare circa 4 miliardi di euro. Che potrebbero essere reinvestiti in formazione, innovazione, produttività. «Lo smart working non è semplicemente uno strumento che consente di conciliare meglio i tempi di lavoro con le esigenze personali e familiari, ma è una modalità organizzativa per migliorare la produttività aziendale», afferma Guelfo Tagliavini, coordinatore nazionale della Commissione Industria 4.0 dell'associazione.

Secondo i dati dell'Osservatorio Smart Working, il 2016 è stato un anno di svolta per lo Smart Working in Italia. A guidare il cambiamento sono le grandi imprese tra le quali, in un solo anno, è aumentato dal 17 % al 30% il numero delle organizzazioni che hanno messo in campo iniziative in questo campo, mentre nelle pmi si è fermi al 5%. Il 7% dei lavoratori italiani opera con modalità flessibili di luogo, orario e strumenti di lavoro (era il 5% nel 2013), riscontrando benefici in termini di carriera, prestazioni lavorative e work-life balance.