«Quello lì ha una voce che proprio mi fa imbestialire». Quante volte avete sentito – o pronunciato – una frase del genere? Troppe probabilmente, soprattutto se lavorate in un open space rumoroso e ricco di suoni fastidiosi che possono scatenare la vostra misofonia. Sì, perché non è colpa vostra se non riuscite a sopportare il collega che mastica un chewing gum, quello che apre e chiude ossessivamente la penna o quell’altro che tamburella sulla scrivania con la mano mentre fa una telefonata: appartenete semplicemente a quel 20% di popolazione affetta da questa sindrome, definita circa vent’anni fa ma ignorata a lungo dalla medicina ufficiale.

L’ha riscoperta di recente il New York Times che ha scovato uno studio dell’università di Amsterdam e della California del 2013 (pubblicato su Frontiers in Human Neuroscience): alla base del disturbo c’è una connessione molto stretta tra l’apparato uditivo e la corteccia limbica, che provoca l’ipersensibilità ad alcuni suoni e quindi rabbia e frustrazione. Le armi più pericolose sono viso e mani, più molesti della gola e persino di un naso che cola. La furia aumenta con la vicinanza alla fonte del disturbo e l’unica medicina sembra quella diprovare a imitare il rumore per esorcizzarlo.

Lo studio definisce anche le cause – più psico che fisiche – della “malattia” rivelando quanto questa sia selettiva: nel 91% emerge durante l’infanzia o l’adolescenza, è attivata solo daalcune persone (82%) e nella maggioranza dei casi è ereditaria (55%). Tutta colpa delle ramanzine petulanti di mamma? Probabilmente sì, ma non diteglielo. Altrimenti riattacca con la predica…