POSSIBILITÀ DI LICENZIARE I PROPRI DIPENDENTI, ANCHE SENZA PREAVVISO, A FRONTE DI UNA LIQUIDAZIONE IN DENARO. È QUANTO CHIEDONO MOLTE PICCOLE E MEDIE IMPRESE ITALIANE PER RIUSCIRE A ESSERE REALMENTE FLESSIBILI E ADATTARSI ALLE ESIGENZE DI UN MERCATO SEMPRE PIÙ DINAMICO. POLITICHE DI SOSTEGNO ALLA DISOCCUPAZIONE - ARTICOLATE IN UN SUSSIDIO ADEGUATO A UNO STILE DI VITA DIGNITOSO, SISTEMI DI SUPPORTO NELLA RICERCA DI UN NUOVO LAVORO E PERCORSI DI FORMAZIONE PER LA RIQUALIFICAZIONE IN UN BREVE ARCO DI TEMPO - È QUANTO DOMANDANO, INVECE, I LAVORATORI. IL BILANCIAMENTO DI QUESTE DIVERSE ESIGENZE HA UN NOME, FLEXSECURITY, ED È UNA REALTÀ IN MOLTI PAESI. PURTROPPO NON IN ITALIA, DOVE IL MERCATO DEL LAVORO È INGESSATO DA UN DIRITTO ANTIQUATO. E DOVE LA FLEXSECURITY, SEPPUR ALL’ORDINE DEL GIORNO DI DISCUSSIONI POLITICHE E ARGOMENTO DI INTERESSANTI PROPOSTE DI LEGGE, È ANCORA UN MIRAGGIO. COLPA SPESSO DI POSIZIONI IDEOLOGICHE PRECONCETTE. ECCO DI SEGUITO UNA SINTESI DI COME FUNZIONANO GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI E IL MERCATO DEL LAVORO IN ALCUNI TRA I MAGGIORI PAESI INDUSTRIALIZZATI.

DANIMARCA

La Danimarca, da molti è considerata come la vera patria della flexsecurity. Le aziende danesi hanno infatti molta libertà nel lasciare a casa i propri dipendenti: possono farlo anche in assenza di una giusta causa, con un preavviso di soli 5 giorni. Inoltre, se il licenziamento viene dichiarato illegittimo dalle autorità giudiziarie, non vi è alcun obbligo per l’impresa di reintegrare il lavoratore nel proprio organico. È previsto soltanto un risarcimento in denaro (il cui importo viene stabilito dal giudice). Questo elevato grado di libertà per le aziende, è però controbilanciato da un complesso sistema di ammortizzatori sociali. Esistono sussidi alla disoccupazione abbastanza consistenti che possono raggiungere il 90% dell’ultimo salario, con un tetto massimo di oltre 400 euro settimanali. Le indennità vengono erogate per lo più dalle casse professionali, che si finanziano attraverso due diverse fonti: i contributi versati dagli stessi lavoratori e i trasferimenti statali (che rappresentano quasi il 90% delle risorse). I sussidi possono essere erogati per è semplice. Eppure molti Stati ci riescono. Ecco in che modo e come l’Italia un periodo che arriva sino a un massimo di 48 mesi. Inoltre, per i disoccupati ultra-55enni l’erogazione dell’indennità può protrarsi addirittura fino a 60 anni (se a questa età esistono le condizioni per un pensionamento anticipato). Ma il vero tratto caratteristico del welfare della Danimarca è rappresentato dai programmi sociali per il reinserimento dei licenziati nel mondo produttivo. I disoccupati possono infatti perdere il diritto a beneficiare dei sussidi nel caso in cui respingano nuove offerte di lavoro oppure rifiutino di partecipare a corsi di formazione professionale, anche in settori diversi da quello di provenienza. Questo obbligo scatta non appena il periodo di disoccupazione si è prolungato per oltre 12 mesi. A partire dal secondo anno, infatti, chi ha perso il lavoro deve per forza di cose accettare ciò che offre il mercato, seppur a una condizione: la sede del nuovo impiego deve essere raggiungibile in non più di un’ora e mezza di tempo rispetto al comune in cui risiede il lavoratore. Il collocamento dei disoccupati e la gestione dei corsi di formazione professionale sono affidati a centri per l’impiego pubblici.

OLANDA
Una realtà unica in tutta Europa. Nel mercato del lavoro olandese i licenziamenti individuali vengono regolati in molti casi da un’autorità amministrativa. Le aziende possono infatti lasciare a casa un dipendente dopo aver ricevuto un’autorizzazione preventiva da parte di una sorta di giudice del lavoro. Se vi sono ragioni particolarmente gravi, però, l’imprenditore può procedere al licenziamento immediato (senza attendere il via libera dell’autorità) liquidando con un risarcimento in denaro. Questo elevato grado di flessibilità è controbilanciato da sussidi alla disoccupazione cospicui, che possono arrivare sino al 70% dell’ultima retribuzione, con una durata variabile tra i 6 mesi e i 5 anni. Per esempio, se il disoccupato ha più di 57 anni e mezzo, può avere diritto all’indennità di disoccupazione fino al raggiungimento dei 65 anni (età che consente di ottenere la pensione di vecchiaia).

GERMANIA
Il welfare in “salsa tedesca” è stato oggetto di alcune riforme nell’ultimo decennio in nome di una maggiore flessibilità. Chi perde il lavoro in Germania può contare su un’indennità pubblica pari a circa il 60% della retribuzione lorda, che sale sino al 67% nel caso in cui il disoccupato abbia ancora dei figli a carico. La durata del sostegno cresce all’aumentare dell’anzianità del dipendente e, in linea generale, varia tra un minimo di 6 e un massimo di 32 mesi. I sussidi sono gestiti da un’autorità pubblica, l’Ufficio Federale del Lavoro, e vengono finanziati con dei versamenti periodici effettuati, in parti uguali, sia dalle aziende sia dai dipendenti (la quota totale dei contributi ammonta a circa il 6,3% del salario medio). Non sono molto sviluppate, invece, le politiche per favorire il reinserimento del disoccupato nel mondo produttivo. L’Ufficio Federale del Lavoro promuove programmi di formazione e di collocamento. Ma chi ha perso il posto ha come unico obbligo quello di dimostrare di essere alla ricerca di un nuovo impiego. Sul fronte dei licenziamenti, invece, la realtà tedesca è abbastanza variegata. Le imprese possono di regola effettuare delle riduzioni di organico in caso di crisi o ristrutturazioni aziendali, mentre i licenziamenti individuali, se avvengono senza giustificato motivo, sono difficili da praticare. In teoria, l’imprenditore può rifiutare il reintegro del dipendente ingiustamente licenziato all’interno del proprio organico, ma deve dimostrare davanti al giudice l’impossibilità di riassumerlo.

REGNO UNITO
Nel sistema di welfare del Regno Unito la flessibilità del lavoro è senza dubbio elevata. Oltre a effettuare licenziamenti collettivi durante uno stato di crisi, le aziende britanniche possono anche, con un certo grado di libertà, lasciare a casa un singolo dipendente senza giusta causa. Se le autorità giudiziarie stabiliscono l’illegittimità del licenziamento, non vi è in teoria l’obbligo di reintegro del lavoratore nell’organico della società (l’ultima parola spetta infatti a un giudice). È prevista invece la liquidazione di un risarcimento in denaro (di importo variabile a seconda di quanto viene stabilito dalle autorità). I sostegni alla disoccupazione si basano invece su due tipi di indennità: una dipende dagli anni di contribuzione e arriva sino a 80-100 euro a settimana circa, e un’altra è legata reddito e arriva sino a circa 130 euro ogni 7 giorni per ciascun lavoratore (ma può essere aumentata in presenza di familiari a carico). Il primo sussidio ha una durata massima attorno a 180 giorni mentre il secondo non ha una scadenza prestabilita e permane finché esistono le condizioni di bisogno.

FRANCIA
Il sistema francese di sostegno alla povertà e ai senza lavoro poggia sostanzialmente su due pilastri. Il primo è rappresentato da un’indennità di disoccupazione (finanziata con i contributi delle aziende e dei dipendenti) che può arrivare sino al 57% circa del salario lordo e viene erogata per un periodo di tempo compreso tra 7 e 42 mesi. Il secondo pilastro è invece un sussidio di solidarietà per i disoccupati “cronici” senza redditi, che percepiscono a tempo indeterminato un assegno che varia tra i 15 e i 20 euro al giorno. Per avere le indennità occorre inoltre dimostrare di essere alla ricerca di un nuovo impiego. L’attuale presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, sta portando avanti una serie di riforme ispirate alla “filosofia” della flexsecurity nordeuropea. Lo scopo è quello di creare una maggiore partecipazione nella ricerca del lavoro da parte di chi fruisce dei sussidi. Molto variegate sono invece le regole sui licenziamenti in vigore in Francia: quelli collettivi dipendono sempre da una ristrutturazione o da una crisi aziendale; i licenziamenti individuali, invece, spesso necessitano dell’intervento di un giudice. Quando il lavoratore viene lasciato a casa ingiustamente, sono quasi sempre le autorità giudiziarie ad avere l’ultima parola: in alcuni casi, possono imporre all’azienda l’obbligo di reintegro, ma spesso è lasciata all’imprenditore la facoltà di optare per il pagamento di un indennizzo sostitutivo che può arrivare sino a 39 mensilità lorde della retribuzione.

PORTOGALLO
Obbligo di reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento ingiustificato e sussidi alla disoccupazione fino al 65% del salario. Sono queste le due forme di tutela presenti nel mercato del lavoro portoghese. In terra lusitana, come in Italia, esiste infatti una legge che impone all’imprenditore di riassumere il dipendente licenziato ingiustamente. Sul fronte dell’assistenza ai senza lavoro, invece, il governo di Lisbona eroga un’indennità il cui importo dipende dall’anzianità del disoccupato. L’ammontare dell’assegno varia in genere tra il 30% e il 65% circa dell’ultima retribuzione lorda, mentre la durata può arrivare a un massimo di 540 giorni nell’arco di 24 mesi (o 180 giorni in 12 mesi). In Portogallo esistono pensioni di invalidità per i lavoratori (compresi gli autonomi) che, a causa di infortuni o malattie gravi, perdono la capacità di svolgere la propria professione.

SPAGNA
In Spagna i dipendenti con un contratto a termine rappresentano quasi un terzo della popolazione attiva. Tanto che l’attuale premier Zapatero, nel 2006, ha promosso alcune riforme per agevolare le assunzioni stabili, soprattutto attraverso incentivi in denaro alle aziende. Chi ha un impiego a tempo indeterminato, invece, in Spagna può essere licenziato anche in assenza di una giusta causa, senza l’obbligo di reintegro per legge da parte dell’azienda (esiste un risarcimento in denaro che dipende dall’anzianità lavorativa e può arrivare sino a un massimo di 45 mensilità). Sul fronte dei sussidi alla disoccupazione, invece, è prevista un’indennità attorno al 65% del sa lario, con durata compresa tra i 120 e i 720 giorni. Per l’assegno statale, però, esiste un tetto massimo pari a circa 2 volte e mezzo la retribuzione pubblica di riferimento (Iprem) che, nel 2009, è stata fissata a 6.326 euro annui.

SVIZZERA
Libertà di licenziamento e ammortizzatori sociali abbastanza generosi. È questo il binomio su cui si basa il sistema di welfare della Svizzera, un Paese geograficamente molto vicino all’Unione Europea ma, per alcuni aspetti della legislazione del lavoro, lontano anni luce dal Vecchio Continente. Nella Repubblica Elvetica sia l’azienda sia il dipendente possono recedere in qualsiasi momento da un contratto di lavoro a tempo indeterminato, rispettando un termine di preavviso, che varia tra 1 e 3 mesi a seconda dell’anzianità di servizio. Sono però illegittimi i licenziamenti delle lavoratrici in gravidanza, dei lavoratori che stanno svolgendo il servizio militare, che hanno subito un infortunio o che hanno contratto una malattia. La flessibilità in uscita si accompagna a sussidi di disoccupazione abbastanza cospicui, seppure spesso molto limitati nel tempo: chi perde il posto ottiene un’indennità che viene calcolata in base a un salario di riferimento e che di solito si aggira intorno al 70-80% della retribuzione, per un periodo massimo di 400 giorni.

STATI UNITI
Negli Stati Uniti in linea di massima vige il principio della libertà di licenziamento “at will”, cioè in qualsiasi momento e senza la necessità di una motivazione. Sono però vietate per legge le interruzioni dei rapporti di lavoro che avvengono a causa di discriminazioni razziali, religiose o di salute. In caso di licenziamento illegittimo, comunque, non è prevista la reintegrazione nel posto di lavoro, bensì soltanto una forma di risarcimento in denaro. Il sistema dei sussidi alla disoccupazione dipende invece da molte variabili, tra cui la categoria professionale di appartenenza dei lavoratori oppure lo stato federale in cui questi risiedono. In tutto il Paese, esiste comunque un programma pubblico di sostegno a chi perde il posto che assicura il pagamento di un’indennità per un periodo massimo di 26 settimane. L’importo del sussidio, proporzionale all’ultima retribuzione, varia a seconda degli stati (in Florida, per esempio, è compreso tra 30 e 380 dollari circa alla settimana, nello stato di New York, tra 40 e 400 dollari circa). I sussidi vengono finanziati con un contributo versato ogni mese dalle aziende e sono erogati dal Dipartimento del Lavoro di ogni stato. È il dipendente licenziato che deve dimostrare periodicamente di essersi impegnato nella ricerca di un nuovo impiego, conservando la documentazione di tutte le candidature presentate alle aziende (ed esibendola su richiesta ai funzionari del Dipartimento del Lavoro). Inoltre, il disoccupato non può più “permettersi il lusso” di rifiutare un’offerta di impiego presentatagli. In caso contrario, l’indennità di disoccupazione viene ritirata. Quest’obbligo incontra però delle limitazioni: nelle prime 13 settimane di disoccupazione, è infatti possibile rifiutare un’offerta di assunzione giudicata non in linea con il percorso di studi del disoccupato oppure che abbia una retribuzione inferiore all’80% rispetto a quella del lavoro precedente. Nelle prime 13 settimane, possono essere rifiutate anche le assunzioni in aziende con una sede distante dalla zona di residenza del disoccupato, cioè raggiungibili con i mezzi pubblici o privati in non meno di un’ora di tempo.

ITALIA
Sul fronte del welfare e dell’assistenza alla disoccupazione, la realtà italiana è senza dubbio una delle più complesse in Europa. Il sostegno ai senza lavoro procede infatti su tre binari diversi. Il primo è l’indennità di disoccupazione che ha una durata compresa tra 8 mesi (per i lavoratori più giovani) e 12 mesi (per gli over 50) con un importo attorno al 40% della retribuzione (tra il 50% e il 60% soltanto per i primi due trimestri) e con un tetto massimo di 1.000 euro mensili circa. Il secondo binario è la cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria (Cig) che è riservata a chi opera in aziende con un numero minimo di addetti (in genere 15 o 50), attive in determinati settori (in primis l’industria). L’importo della Cig può arrivare sino all’80% dello stipendio, con un tetto massimo attorno a 1.000 euro circa. Infine, il terzo pilastro è l’assegno di mobilità, per chi ha già beneficiato della cassa integrazione ed è rimasto ancora senza lavoro. L’importo è pari alla stessa Cig nei primi 12 mesi e scende all’80% di quest’ultima nell’anno successivo. La legislazione dei licenziamenti, invece, in Italia è ancorata al “celebre” articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che impone all’azienda di riassumere il dipendente lasciato a casa senza giusta causa o giustificato motivo. Le aziende con meno di 15 addetti, però, non sono obbligate alla riassunzione ma possono scegliere di risarcire il dipendente con una somma di denaro che può arrivare sino a 15 mensilità.

LE BEST PRACTISES

Certamente non è facile stabilire quale sia il miglior modello di welfare tra quelli sopra analizzati. Il sistema americano viene di solito considerato molto dinamico ma artefice di diseguaglianze: crea cioè mobilità sociale e opportunità di crescita anche per i ceti meno ricchi ma, nel contempo, offre una quantità limitata di ammortizzatori sociali a chi ne ha davvero bisogno. Al di qua dell’Oceano la realtà sembra invece del tutto speculare: esiste infatti un’elevata assistenza per chi rimane senza occupazione ma, spesso, la rigidità del mercato del lavoro appare come un freno alla crescita della produttività delle imprese. Non di rado viene indicata come soluzione ideale quella dei Paesi del Nord Europa (soprattutto la Danimarca) che da anni hanno saputo ispirarsi ai principi della flexsecurity, coniugando al massimo flessibilità e sicurezza sociale. Va ricordato, però, che in Danimarca lo stato spende ogni anno oltre il 3% del Pil (prodotto interno lordo) per finanziare le proprie politiche di assistenza alla disoccupazione e alla povertà, quasi 6 volte in più rispetto all’Italia. Quello che è certo, comunque, è che molti governi europei (in particolare nell’area del Mediterraneo, Italia compresa) spendono male anche le poche risorse che hanno a disposizione per il welfare. La prova arriva dai dati di Eurostat (l’istituto di statistica del Vecchio Continente) sugli effetti dei trasferimenti sociali erogati dai vari governi dell’Ue. In Italia, la spesa pubblica annua per il welfare fa scendere di appena il 3% (dal 22% al 19%) la quota di famiglie a “rischio povertà”. Stessa situazione in Spagna dove la percentuale si riduce dal 24% al 20% (-4%) e in Grecia (dal 22% al 20%). Nel Nord Europa, invece, la spesa sociale risulta molto più efficace: grazie ai trasferimenti statali, in Svezia e Danimarca la quota di famiglie a rischio povertà scende ogni anno dal 30% all’11%, in Olanda dal 23% al 10%.

L’EFFICACIA DEI SISTEMI

Tasso di disoccupazione a settembre 2009

  • DANIMARCA 6,4%
  • FRANCIA 10,0%
  • GERMANIA 7,6%
  • ITALIA 7,4%
  • OLANDA 3,6%
  • PORTOGALLO 9,2%
  • REGNO UNITO 7,8%
  • SPAGNA 19,3%
  • STATI UNITI 9,8%
  • SVIZZERA 3,9%

Fonte: Eurostat