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«Sarò breve». Ecco la maniera più rapida per farsi odiare dal pubblico. Vale per l’amministratore delegato sul palco della convention aziendale così come per i manager allo staff meeting con i colleghi. Le frasi-killer sono quelle che rendono le riunioni di lavoro tutte uguali e tutte noiose. Peggio ancora, sono quelle impediscono a un bravo dirigente di diventare un grande leader. O a un buon candidato di conquistare il posto di lavoro. Perché sono espressioni che denunciano pigrizia mentale, poca fantasia, un atteggiamento abitudinario nei confronti del linguaggio e, in fin dei conti, del mondo e del lavoro. Insomma, tutto il contrario di ciò che ci si aspetta da un futuro capo o da un giovane promettente. Fanno parte della categoria i tormentoni, l’incomprensibile gergo da ufficio, l’inglese usato anche quando non serve e l’abuso degli acronimi fino allo sfinimento. Qualcuno potrebbe obiettare che, al lavoro, è più importante la sostanza rispetto alla forma. «Al contrario», spiega Vittorio Galgano, che sull’argomento ha scritto diversi libri, «il cosa si dice conta poco nella riuscita di un discorso, il 7% appena. È il come lo si esprime che vale tutto il resto». Non ci credete? «Prendete il canto di Paolo e Francesca nella Divina Commedia: un tradimento come tanti altri, ma che poesia in quei versi». Certo, nessuno pretende che alla riunione del lunedì con il marketing ci sia al tavolo Dante Alighieri. Poeti si nasce, vero. «Ma oratori si diventa». Come? Innanzitutto evitando gli errori più grossolani. Sono tanti. «Cominciare con una barzelletta? Per molti esperti di public speaking sarebbe un metodo efficace. E infatti gli americani lo usano tranquillamente. Sbagliato: spesso la battuta non fa ridere, oppure la conoscono già tutti. E se invece è una bomba il pubblico se ne aspetta un’altra». Eppure alzi la mano chi non si è sentito costretto, almeno una volta nella vita, a ridere a denti stretti per una battuta, solo perché a raccontarla è il boss. «Una volta ho sentito un tipo ripetere più volte: e adesso mi avvio alla conclusione. Il discorso è durato ancora un’ora. È un esempio di quelli che io chiamo i falsi segnali di chiusura: già al primo il pubblico capisce l’antifona». E l’oratore perde in un colpo solo tutta la sua credibilità.

SETTE CONSIGLI PER NON SBAGLIARE (NÉ ANNOIARE)
Cicerone non si nasce, ma basta seguire poche regole per diventare un apprezzabile oratore. O almeno di quelli che non fanno sbadigliare. Sono semplici i consigli da tenere a mente in ogni occasione, dalla riunione ristretta del lunedì alla convention aziendale.
  1. Non improvvisate. Per esprimere le proprie idee nel modo migliore serve preparazione. Mark Twain diceva: «Di solito ci metto tre settimane per preparare un discorso improvvisato».
  2. Domandatevi: credo fermamente nelle cose che intendo dire? Non si possono trasmettere agli altri le convinzioni che non abbiamo. Un discorso che non è caro a chi lo fa non può essere piacevole per chi l’ascolta.
  3. Non divagate. Tenete a mente l’obiettivo del discorso e arrivate a una conclusione chiara.
  4. Restate nei tempi. Anche con pochi minuti a disposizione, è meglio dire meno cose ma bene.
  5. Meglio parlare in piedi. Tutti vi vedono e sentono meglio.
  6. Attenzione ai nervosismi: non dondolare, non spostare gli oggetti sul tavolo o tormentare i polsini della camicia.
  7. State annoiando? Basta guardare il linguaggio del corpo di chi vi ascolta per capirlo al volo.
(Tratto da Come parlare in pubblico di Vittorio Galgano)

Frasi fatte, errori, tormentoni: ecco quello che può impedire, anche a chi se lo merita, di farsi strada in azienda. Perché arriva l’altro che parla meglio, si conquista la fiducia dei colleghi e la simpatia dei superiori. Un vero leader è sempre anche un grande oratore: Steve Jobs insegna. Ma sarebbe un errore pensare che si tratti di dote innata. «Non tengo discorsi improvvisati, perché ci vuole troppo tempo per prepararli», dice Tiziano Botteri, direttore sviluppo e competenze di Cegos Italia, citando Cicerone. «Un bel discorso è il frutto di un lungo lavoro di preparazione. E quando si parla, bisogna sapere sempre, un secondo prima di aprire la bocca, cosa si sta per dire». Sbagliare, tanto per restare in tema, è umano: in questo caso niente tentennamenti, proseguire dritto senza rimarcare il passo falso cercando di aggiustarlo. Certo sarebbe meglio evitarli, gli errori. I più comuni? «L’auto-svalutazione. “Non vorrei annoiarvi...”, oppure “Modestamente...” sono due modi di cominciare che significano il contrario di ciò che dicono: vi annoierò e non sarò affatto modesto. Un incipit da brivido. Poi i neologismi forzati, come “slaidizzare”: PowerPoint non solo fa male alle presentazioni, ma anche alla lingua italiana. E ancora i riempitivi, quelle parole usate quando si ha paura del silenzio: sostanzialmente, praticamente, nel senso che. Perché tanto timore delle interruzioni? «Le pause vanno usate e dosate», ribadisce Botteri, «e certi silenzi fanno addirittura bene al discorso, servono per sottolineare ciò che si è appena detto o creare suspance e aspettativa per ciò che si sta per dire». Guai al linguaggio-colluttorio: è quello che in troppi usano per lavarsi la bocca e sperare (invano) di far bella figura. «Vision e mission sono peggio del latinorum di don Abbondio», sintetizza Botteri. Il managerialese è pieno anche di “bedgiare”, strisciare il badge all’ingresso, “skillare”, insegnare a qualcuno le competenze necessarie per un lavoro, “brieffare”, dare brevi istruzioni a qualcuno dopo la riunione, “becappare”, salvare una copia dei documenti elettronici. Il punto è che spesso, anche a voler correggere il tormentone, si rischia di far peggio, come quella volta che un dirigente di una grande azienda, stanco di sentire la parola “brainstorming”, impose ai suoi di sostituirla con la traduzione letterale “tempesta di cervelli”. Suscitando l’ilarità generale. «Sono frasi-killer anche le metafore stantie e gli aforismi da bacio Perugina. Una su tutte? “Cambiamento significa occasione”. Da abolire i preziosismi e i virtuosismi: “non si può non negare che”, “sebbene”, “quantunque”». Fra il direttore delle risorse umane impegnato a “staffare” la sua divisione, intendendo assumere collaboratori, e la segretaria concentrata a “scannare” un documento e “forwardare” una e-mail, l’insidia peggiore si nasconde negli eufemismi, quei bei giri di parole tanto amati nelle aziende perché evitano di chiamare le cose col loro nome. La crisi diventa “opportunità”, il problema una “sfida”. Così quel giorno che un impiegato andò dal capo per dirgli che aveva un problema con le linee telefoniche si sentì rispondere: tu non hai problemi, tu hai sfide.

TORMENTONI DA EVITARE
Sono quelle frasi entrate da così tanto tempo nell’uso comune da aver ormai perso il loro vero significato. E per questo vengono sparate anche quando non c’entrano niente, solo per riempire il discorso oppure perché, in fondo, è più facile ricorrere a un repertorio arcinoto che sforzarsi di trovare espressioni più eleganti.
  • «Portare a casa il risultato». Ormai lo dicono più spesso i manager in riunione che i giocatori nelle interviste a fine partita. E in entrambi i casi è aria fritta.
  • «Domanda da un milione di dollari». Classica risposta imbarazzata del capo che non sa rispondere ai dubbi del neoassunto alla sua prima riunione.
  • «Il bagaglio tecnico». Quello che si porta faticosamente al primo colloquio. Per poi scoprire che oggi si chiamano skills.
  • «Spannometrico». Tormentone tipico dell’ingegnere che fa carriera nel marketing. Spesso accompagnato dal gesto della mano con mignolo e pollice divaricati e le altre dita chiuse.
  • «Barra». Come nel caso: dobbiamo finire il progetto per giovedì-barra-venerdì. Deriva dal modo in cui si scrive e/o, poi abusato per indicare un’alternativa.
  • «Uno a uno, palla al centro». Al tavolo della negoziazione, chi la pronuncia ha subito goal, e lo ammette, oppure ha segnato, e allora vale come sfottò.
LE FRASI UCCIDI-COLLOQUIO
Ecco una serie di strafalcioni linguistici e di funambolismi lessicali che (probabilmente) sono costati il posto di lavoro a chi li ha pronunciati.
  • «Se il mio skill è in linea, sono pronto per un brief»;
  • «Ritengo di avere la capacità di anticipare la soluzione dei problemi ancor prima della loro comparsa»;
  • «Ai miei uomini di rete sono sempre servito come catalizzatore, difatti due se ne sono andati alla concorrenza a fare i capi area»;
  • «La mia più grande aspirazione è di diventare un manager con la A maiuscola»;
  • «Sono in grado di radiografare qualsiasi situazione di mercato elaborando vie di salvezza, soprattutto quando mi è capitato di lavorare sul filo del rasoio».
(Tratto da Curriculì Curriculà , di Enza Consul e Assunta Di Fresco, pseudonimi dietro i quali si celano un professionista delle risorse umane e una giornalista, edizioni Arpanet)