«Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum». Sarebbe facile derubricare a boutade l'ultima uscita pericolosa del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, agli studenti di un istituto bolognese pronti all'alternanza scuola-lavoro. D'altronde, tra i cervelli in fuga all’estero che «è meglio non rientrino perché il Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi», alla «laurea da 110 e lode inutile a 28 anni», il ministro ci ha abituato. Ma non è così, stavolta.

Il curriculum in sé conta ormai sempre meno, ci sono strategie innovative sempre più diffuse nelle Hr per evadere una massa enorme di cv pieni di titoli e paroloni, ma soprattutto è vero: in Italia il lavoro si trova tramite amici e parenti. A dirlo è una ricerca dell’Isfol, l'Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori, seconda la quale un lavoratore su tre deve ringraziare, per aver ottenuto un impiego, un proprio conoscente.

Isfol ha messo in evidenza come il 60% delle assunzioni è il risultato di un aiuto “indiretto” ottenuto dalla rete delle proprie conoscenze, utili per stanare nuove offerte di lavoro. Rete che, a quanto pare, per chi è alla ricerca di un impiego sono decisamente più utili dei tradizionali canali: solo il 3,4% degli occupati, infatti, ha dichiarato di essersi rivolto ai Cpi, i Centri per l’impiego, mentre il 5,6% ha cercato lavoro nelle Agenzie interinali. I metodi preferiti restano l’autocandidatura (58% dei casi, che nel 20,4% porta all’assunzione), mentre il 36% ha utilizzato le offerte su stampa.