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Nel mondo oltre 839 milioni di lavoratori guadagnano meno di due dollari al giorno. A dirlo il World of Work 2014, il rapporto stilato dall’Ilo (International labour organization) per fornire un quadro della situazione lavorativa degli abitanti del Pianeta. Concentrandosi quest’anno sui Paesi in via di sviluppo e sulle economie emergenti, il rapporto scatta un’istantanea dove “le sfide occupazionali e sociali” sono ancora “acute nella maggior parte dei Paesi emergenti e in quelli in via di sviluppo”. Secondo l’Ilo nei soli Paesi in via di sviluppo, oltre la metà dei lavoratori (parliamo di circa 1,5 miliardi di persone) hanno un lavoro precario e in Asia del Sud e in Africa sub-sahariana, sono oltre i tre quarti dei lavoratori a essere precari. Questi lavoratori “hanno meno possibilità dei lavoratori dipendenti di avere un contratto di lavoro formale, di essere coperti dalla sicurezza sociale — pensione di vecchiaia e cure mediche — o di disporre di un reddito regolare”. Lavoratori che “tendono ad essere intrappolati nel circolo vizioso dei lavori poco produttivi, pagati male e con limitate possibilità di investire nella salute delle proprie famiglie e nell’istruzione”. Una situazione “che mina le prospettive di sviluppo e di crescita, non solo per loro stessi, ma anche per le generazioni future”. La flessibilità del mercato non agevolerebbe il passaggio al lavoro a tempo indeterminato: quel che aiuterebbe lo sviluppo economico sarebbe, semmai, un piano strategico in grado di diversificare l’attività economica, che non deve concentrarsi solo su un numero ristretto di settori orientati all’esportazione ma poco integrati nel sistema Paese. “L’importanza di politiche di diversificazione economica, le misure per favorire la formalizzazione e l’espansione delle imprese, e l’applicazione delle norme del lavoro possono contribuire ad uno sviluppo più ampio e alla promozione del lavoro dignitoso”. Tra le tendenze segnalate dal report, spicca l’utilizzo decrescente della contrattazione collettiva, nonostante il suo impatto positivo sui redditi dei lavoratori. Naturalmente, la categoria maggiormente esposta alla disoccupazione è quella dei giovani, il cui tasso, superiore al 12%, è il triplo di quello degli adulti. Se poi, oltre a essere giovani, i lavoratori sono anche donne, la loro situazione si aggrava: addirittura in zone quali il Medio Oriente e il Nord Africa, il tasso di disoccupazione sfiora il 45% per le giovani donne. Da qui, la tendenza a emigrare: “La differenza dei salari tra Paesi di origine e Paesi di destinazione è generalmente di 1 a 10. Nel 2013, oltre 230 milioni di persone vivevano in un paese diverso da quello in cui erano nati”, si legge nel report.

Eppure dagli anni 2000 ad oggi qualche miglioramento nella qualità dell’occupazione e nel livello di vita (misurato dalla crescita media annua del reddito pro capite) c’è stato, come riconosce l’Ilo. Nei Paesi che hanno registrato una diminuzione più rapida della povertà da lavoro — ivi compresi i paesi in cui i lavoratori guadagnano meno di due dollari al giorno —, “il reddito pro capite è aumentato mediamente del 3,5% tra il 2007 e il 2012. Nei paesi nei quali, a partire dall’inizio degli anni 2000, si è registrata la minore diminuzione della povertà da lavoro, l’aumento del reddito pro capite non ha superato il 2,4%”.